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“La cocaina potrebbe essere una concausa del suo decesso”

Il parere dei medici arriverà tra 90 giorni, ma l’abuso di sostanze altera ogni parametro

Il corpo di Abderrahim Fakir nascosto da un lenzuolo, Bologna, 19 luglio 2026. ANSA

Sei ore di autopsia. Un «lavoro estremamente accurato» secondo chi ne parla con cognizione di causa, condotta con calma perché al tavolo all’ospedale Sant’Orsola di Bologna c’erano i medici legali di entrambe le parti. Il referto dell’autopsia sul cadavere di Abderrahim Fakir - il 42enne morto domenica scorsa al quartiere Pilastro di Bologna durante un fermo di polizia - non arriverà prima di 90 giorni, ma i primi elementi emersi bastano già a comporre un quadro complesso: sangue vivo nei polmoni e segni di schiacciamento. Resta da stabilire se quel sangue sia legato a un eventuale uso di cocaina o a una compressione troppo prolungata. E se lo schiacciamento sia avvenuto quando l’uomo era ancora in vita o dopo, durante le manovre di rianimazione.

A provare a leggere questi elementi, senza sostituirsi a chi ha firmato l’esame, è Marco Ceresa, medico psicoterapeuta che si occupa di terapia del dolore e cure palliative, per anni all’ospedale milanese Bassini e oggi impegnato sul territorio lombardo. Una precisazione, prima di tutto: «Va escluso ogni equivoco: io vengo sentito incidentalmente in questa vicenda».

Sul referto Ceresa non usa giri di parole: «Servono altri 90 giorni, è la prassi per un esame così complesso. Molto probabilmente il dato principale sarà legato allo schiacciamento in concausa potenziale all’abuso di cocaina. Facile che vengano trovate tracce di cocaina giustificante l’alterazione comportamentale acuta in soggetto con evidente disagio psichico».

«In ogni caso - prosegue - è difficile pretendere che due poliziotti sappiano trattare da soli un caso di evidente alterazione psichica che avrebbe necessitato, anche per la corretta comunicazione, di uno specialista psichiatra ed eventualmente dell’instaurazione di un TSO vista anche la reiterazione segnalata dei comportamenti di disagio psichico dei giorni precedenti».

Il punto che più lo colpisce, dice, non è tanto la sostanza e la manovra di immobilizzazione, quanto il tempo. «Quello su cui mi interrogo è il minutaggio. Cinque minuti in quella posizione sono lunghi. Tenere una persona a terra, compressa, per così tanto tempo pone un problema tecnico prima ancora che giudiziario. Soprattutto se attuati in un disagio di alterazione psichica che non ha le reazioni ordinarie». E se la cocaina fosse coinvolta? «Potrebbe aver reso le vie aeree più fragili, più friabili e aver contribuito a un rialzo pressorio importante. In quel caso una compressione che in altre condizioni non avrebbe conseguenze così gravi può diventare pericolosa. Ma è un’ipotesi, va verificata, stabilendo prima quanta sostanza eventualmente aveva in corpo, e quanto questo possa aver peggiorato la situazione».

Ceresa non punta il dito contro nessuno. «Qui il problema non è solo tecnico. Chi soffre di un disagio psichiatrico grave reagisce in modo imprevedibile, diverso da quello di chi delinque consapevolmente. E i poliziotti, da soli, senza una preparazione specifica, si trovano a dover gestire situazioni che richiederebbero la presenza di uno psichiatra o comunque di un medico capace di parlare con quella persona».

Il riferimento è anche a un altro episodio, avvenuto un mese e mezzo fa a Milano, in viale Fermi. «Una ragazza in evidente stato di alterazione psichica, tirava pietre contro le auto. Mi sono fermato per vedere se c’era bisogno del mio aiuto. Venne fermata con difficoltà dai passanti. Alla fine, dopo averle parlato ricercando l’empatia, i poliziotti l’hanno immobilizzata con calma; lei non ha accettato il ricovero e l’hanno portata in questura. Casi così sono sempre più frequenti, e la formazione delle forze dell’ordine forse non li prevede adeguatamente».

A Bologna, gli agenti sarebbero rimasti soli per 45 minuti. «È un tempo lungo per gestire da soli una persona in stato di alterazione».

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