Valter Lavitola ha confessato di essere il mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci. Ma sullo sfondo resta il terzo protagonista della vicenda: Clesio Tavares, in Camerun dal 13 aprile ufficialmente per occuparsi dei progetti sul carbon credit per conto di una presunta società che avrebbe con il faccendiere. La telefonata che ha portato a Lavitola, e che ha segnato una svolta nelle indagini, è stata quella che Tavares ha avuto con la sua compagna Gelsomina Tuorto, in cui quest’ultima manifestava la volontà di contattare tale «Valter».
Oggi, però, la Tuorto sembra essere molto guardinga, l’obiettivo è la tutela del figlio, non il ritorno in Italia del compagno. Ma, parlando con Il Giornale ammette di non aver tagliato i ponti con lui, nonostante il Tavares sia ad oggi un ricercato e indagato come punto di collegamento tra Lavitola e la banda degli esecutori materiali: «Quando l’ho sentito l’ultima volta? Lo sento, è il padre di mio figlio», dice sorpresa della domanda che le abbiamo rivolto. Una domanda che nasce dall’impossibilità anche dei cronisti di raggiungerlo al numero telefonico di cui siamo in possesso e che prima risultava reperibile.
Prima ancora di questo passaggio, però, esprimeva la sua fatica nell’accettare la situazione in cui si ritrova il coniuge, come se non si capacitasse di quello che avrebbe fatto secondo l’accusa: «Posso solo dire che Gomes non potrebbe mai fare del male a nessuno non è nella sua indole. Non so come è stato trascinato in tutto ciò». Restano sullo sfondo della vicenda il suo rapporto con Lavitola e quelle intercettazioni tra lei e suo padre, la cui auto (la Renault Megane di colore grigio) è stata usata per il sopralluogo decisivo del 10 ottobre, sei giorni prima della deflagrazione dell’ordigno. A bordo di quel veicolo c’erano Gomes e tre degli esecutori materiali dell’azione dinamitarda. Il nome della Tuorto compare molte volte nell’ordinanza del Gip Iole Moricco: è il primo luglio 2026 quando Clesio, che già si trovava in Camerun, scrive alla moglie Gelsomina Tuorto: «Il dottore domani sarà a Napoli, non puoi raggiungerlo?».
Con il termine «dottore» Clesio chiamava solitamente Valter Lavitola. La moglie si rifiutava e in una successiva conversazione cercava di capire il periodo di assenza del compagno: «Fammi capire, sarà sempre così? Per quanto tempo devo sopportare?».
Emerge in modo netto e chiaro il disappunto di Tuorto per l’assenza di Clesio, che pesa anche da un punto di vista economico: come fa da sola a gestire il bambino senza poter contare sugli introiti che le garantiva il factotum di Lavitola?
Infatti, quando i carabinieri effettuano la perquisizione a casa di Clesio c’è solo Gelsomina. Il compagno era già in Camerun. Subito dopo però Tavares si adopera e contatta Lavitola. L’ex direttore dell’Avanti risponde: «Figlio mio, è meglio che tu parli con gli avvocati». E Clesio risponde: «Tu lo sai, sei come un padre per me». Poi Lavitola dice una frase che ha un importante significativo investigativo: «Tu devi parlare con gli avvocati, con nessun altro. Se parli con me ti può creare solo un danno. Non devono pensare che io e te siamo d’accordo». Per Tavares, se dovesse tornare, come si metteranno le cose anche alla luce delle nuove dichiarazioni di Lavitola e del nuovo interrogatorio che il faccendiere sembra voler affrontare? Una posizione delicata anche considerando la collaborazione dei quattro esecutori materiali che sembra prossima come anticipato ieri da Il Giornale. Proprio loro che sembrano essersi interfacciati solo con il camerunense e mai con il faccendiere.
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GiuSor
