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Caduto anche il teorema contro Toti

In un Paese dove il garantismo resta sempre in minoranza, l’archiviazione dell’ex governatore ligure Giovanni Toti da accuse gravissime passa tra tante alzate di spalle

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Voto di scambio, pacchetti elettorali garantiti dai mafiosi. Un teorema fin troppo suggestivo per essere vero. E infatti non lo era. In un Paese dove il garantismo resta sempre in minoranza, l’archiviazione dell’ex governatore ligure Giovanni Toti da accuse gravissime passa tra tante alzate di spalle. Tipo, chi se ne frega, tanto ha già patteggiato 2 anni e 3 mesi (il corrispettivo di 1.620 ore di lavori socialmente utili) per corruzione impropria nell’ambito dell’inchiesta che gli costò il posto e 80 giorni agli arresti domiciliari.

Questa è una delle tante vicende giudiziarie che con il passare del tempo andranno riportate nel giusto alveo. Un tassello grande come un masso lo costituisce, intanto, il pronunciamento del giudice di Genova che

ha smontato lo scenario tratteggiato quasi per inerzia dalla procura, in base al quale l’ex direttore Mediaset traeva i suoi voti da clan mafiosi trapiantati al Nord. Oggi tutto passa come una coda secondaria delle indagini che non aggiunge o toglie nulla, ma in realtà erano state proprio le paroline magiche «boss e voto di scambio» a travestire Toti come un pericolo da rimuovere per il bene della democrazia. La vicenda del patteggiamento resta un guazzabuglio chiuso dalla drastica decisione dell’ex presidente di sottrarsi al tritacarne mediatico e alle spese legali astronomiche cui sarebbe andato incontro. La teoria degli accordi elettorali con la mafia, polverizzatasi in un torrido pomeriggio di metà agosto, costituiva in realtà il presunto marchio di infamia che la sinistra ha sventolato contro un’amministrazione

liberale che aveva puntato tutto sullo sviluppo economico della Liguria. Quello stesso modello, rappresentato come un coacervo di affari sporchi, che in appena 15 mesi ha riaperto il Ponte Morandi, crollato otto anni fa esatti. Il 3 agosto 2020 si compì il miracolo firmato dall’allora governatore Toti e dal suo successore Marco Bucci, commissario alla ricostruzione. Però anche qui, l’immagine che resta è quella dei ministri grillini Di Maio e Toninelli accolti sul luogo del disastro come eroi anticasta da quegli italiani che si fecero incantare dai Cinque Stelle. È la narrazione, bellezza, in un Paese dove il mainstream di sinistra vede solo santi dalla propria parte e tutti corrotti nel palazzo accanto.

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