Spesso si è parlato di «metodo Report».Ma con troppa frequenza si è voluto conferire a questo binomio linguistico un’accezione positiva.Un modus operandi che, oggi, viene forse rivisitato (per usare un eufemismo) alla luce della vicinanza tra il faccendiere Valter Lavitola (accusato di essere l’unico mandante dell’attentato dello scorso ottobre sotto casa di Ranucci) e il volto di Report. Ovvero la vittima dell’azione dinamitarda. Una vicinanza che ha generato stupore persino nei suoi più ferventi sostenitori, che non si capacitano di come il volto di Rai3 non abbia ancora preso le distanze da Lavitola. Che era al contempo informatore, amico fraterno, compagno di cene all’oramai noto ristorante romano Cefalù.Sembrerebbe, però, che tra le fonti del programma quello di Lavitola non fosse un unicum e che ci fossero altri confidenti dal passato «opaco». E ciò lo si può evincere dal procedimento penale (conclusosi con un’archiviazione) a carico di Ranucci e del suo delfino, il giornalista Giorgio Mottola, per il reato di diffamazione aggravata nei confronti della seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa. Nessun provvedimento per i cronisti, ma è stato contestualmente iscritto nel registro degli indagati il Colonello Michele Riccio, una delle fonti usate da Report.È opportuno ricordare che Riccio è un ex Colonnello dei carabinieri, condannato in via definitiva a 4 anni e 9 mesi di carcere, la cui inattendibilità è manifestamente rinvenibile anche nelle considerazioni espresse dall’ex pm di Milano, la dottoressa Ilda Bocassini, secondo cui Ricci, tra l’altro, fu capace di «imbavagliare il testimone-chiave angelo Veranese indotto a verbalizzare un fatto del tutto fantasioso». Ma Riccio, in passato, si è anche accreditato come confessore di un pentito («io gestisco una fonte, che è Luigi Ilardo», disse alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro), ed era già stato ritenuto più volte inattendibile in sede giudiziaria. Il caso più eclatante però è quello che lo vede come principale testimone dell’accusa nel processo al Generale Mori per il reato di favoreggiamento in relazione alla mancata cattura di Provenzano nell’ottobre 1995.Un processo che si è concluso con l’assoluzione dell’imputato nel 2017, quindi molti anni prima della messa in onda dei servizi prodotti dalla macchina di Report contro La Russa nelle due puntate in titolate «La Russa dynasty» e «La ragnatela dei La Russa».Circostanze in cui Ilardo veniva addirittura rappresentato da Ranucci come «il collaboratore più importante della storia dopo Tommaso Buscetta», mentre Riccio veniva introdotto al pubblico di Rai3 come «colonnello alla Direzione Investigativa Antimafia (...) allievo del generale Dalla Chiesa», senza che però fosse mai menzionare la condanna a 4 anni e 9 mesi (definitiva nel 2009) per detenzione e spaccio di stupefacenti. Non a caso, infatti, l’ex Ros Mario Mori ha depositato di recente alla Procura di Roma un esposto querela contro la puntata di Report del 24 maggio, il servizio «Le piste nere» di Paolo Mondani rilanciato in studio dal conduttore.Un Ranucci che si mostra sempre più nella veste che forse ama maggiormente, quella di tribuno della plebe, che seleziona con una precisione meticolosa gli elementi da dare in pasto al pubblico e quelli da omettere perché evidentemente poco funzionali alla teoria che si cerca di rappresentare.
