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La nazionale rossa dei sindaci: difende Lepore e attacca Meloni

Con un documento 35 primi cittadini riformisti hanno chiesto al governo di abbassare i toni

Quel sindaco legato alle coop che ha regalato la città ai violenti

Aspettando che l’inchiesta faccia il suo corso, la sinistra ha già emesso il verdetto. E soprattutto ha già richiamato a raccolta i suoi amministratori. Da Bologna a Roma, passando per Milano, Firenze, Napoli e Torino, ecco la «nazionale dei sindaci rossi»: trentacinque primi cittadini che fanno quadrato attorno a Matteo Lepore e trasformano la morte di Abderrahim Fakir nell’ennesimo atto d’accusa contro Giorgia Meloni. Più che un appello istituzionale si tratta di un manifesto politico contro Palazzo Chigi.

Il copione è quello già visto. La premier, in un’intervista del direttore Tommaso Cerno al Giornale, osserva che è stato «irresponsabile» convocare una manifestazione quando ancora non erano stati accertati i fatti e quando il rischio di alimentare tensioni era evidente. La risposta della sinistra? Fare muro. E accusare il governo di «attacchi istituzionali».

Così i sindaci dem, o comunque riconducibili all’area progressista, firmano un documento collettivo nel quale chiedono all’esecutivo di abbassare i toni, difendono Lepore e respingono qualsiasi collegamento tra il presidio di piazza Nettuno e gli scontri che hanno portato al ferimento di decine di agenti.

Naturalmente nessuno, nel documento, giustifica le violenze. Anzi. Le condanne ci sono, così come la solidarietà alle forze dell’ordine. Ma il punto politico resta un altro: impedire che il sindaco di Bologna venga chiamato in causa per una scelta che ha inevitabilmente avuto conseguenze sul clima della città. Per i firmatari, attribuire a Lepore una responsabilità politica significherebbe alimentare una «contrapposizione istituzionale». Tradotto: il governo non osi criticare uno dei loro.

A dare la linea ci pensa anche Giovanni Cuperlo, che sulla sua pagina Facebook ribalta completamente la prospettiva. Non sarebbe stato irresponsabile convocare migliaia di persone all’indomani della tragedia, bensì le parole di Giorgia Meloni sempre nel corso dell’intervista.

L’esponente del Partito Democratico parla di una destra «ubriacata dal potere», accusa Palazzo Chigi di infangare gli avversari e arriva perfino a evocare un governo disposto a «calpestare storia e cronaca». Toni che descrivono molto meglio di qualsiasi analisi il livello dello scontro politico.

Eppure una domanda resta sul tavolo. Se davvero, come sostiene la sinistra, i violenti non c’entravano nulla con la manifestazione, perché scandalizzarsi se qualcuno giudica inopportuna la scelta di convocarla quando ancora le circostanze della morte di Fakir erano tutte da chiarire? È esattamente questo il punto sollevato dalla presidente del Consiglio. Non una sentenza sull’inchiesta, ma una valutazione politica sulla gestione di una piazza inevitabilmente carica di emotività.

La sensazione, invece, potrebbe essere quella che il Pd abbia colto l’occasione per ricompattare il proprio fronte amministrativo contro il governo. Trentacinque firme, un unico messaggio: guai a toccare Lepore.

Così la solidarietà istituzionale lascia rapidamente spazio alla battaglia politica. Con un dettaglio non secondario: mentre la magistratura è ancora al lavoro per accertare fatti e responsabilità, la sinistra ha già scelto il bersaglio. E, ancora una volta, quel bersaglio si chiama Giorgia Meloni.

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