Il più piccolo aveva 12 anni e si chiamava Primo Brioschi. Il più grande, Giuseppe Giudici, era un facchino 59enne. Morti per un pezzo di pane. Erano in dieci, ammazzati l’8 agosto 1944 da due bombe partigiane piazzate su un camion tedesco della Wehrmacht parcheggiato di fronte al 77 di viale Abruzzi, a pochi metri dal Titanus, un albergo diventato la sede del comando logistico tedesco. Il maresciallo Karl detto il Carlùn scaricava verdura, patate e frutta che la Staffen-Propaganda acquistava al mercato di Porta Vittoria e univa agli avanzi delle mense militari. Un rito che a Milano tutti conoscevano. Una prima detonazione, poi una seconda, studiata per colpire chi era accorso in aiuto come il droghiere Antonio Beltramini, che aveva 56 anni.
Per il Comune i dieci italiani saltati in aria nella Via Rasella meneghina sono morti di serie B che non meritano nulla. Quell’attentato scatenerà l’odio dei tedeschi occupanti di Piazzale Loreto, con i 15 detenuti di San Vittore «comunisti e terroristi» scelti a caso - anche se nessun soldato nazista era rimasto ucciso - saranno falciati per ritorsione dai militi della Guardia nazionale repubblicana e della Brigata Muti e poi lasciati come monito, su ordine del capitano SS Theodor Emil Saevecke, per tutto il giorno. Lì dove Benito Mussolini e la compagna Claretta Petacci, assieme a 15 gerarchi, verranno appesi a testa in giù il 29 aprile 1945.
«Da allora un silenzio ingiustificato ha circondato questo sanguinoso episodio. Chiediamo al Comune almeno l’installazione di una targa che li ricordi», spiega al Giornale il presidente di Assoarma, il tenente Gabriele Pagliuzzi che sabato alle 11 assieme ai vertici del Consiglio periferico di Milano di Assoarma Paolo Cavenaghi e al generale a riposo Arnaldo Cassano terranno una semplice cerimonia.
A essere dilaniati le casalinghe Amelia Berlese (49) e Maria Ferrari (46), il tappezziere Ettore Brambilla (46), il commercialista 39enne Enrico Masnata che abitava lì vicino, come ricorda Pierangelo Pavesi, autore del libro Le vittime dimenticate. E ancora, l’operaio 30enne Edoardo Zanini, il tipografo Giuseppe Zanicotti (27 anni) e infine il meccanico 19enne Gianfranco Moro. L’azione partigiana non venne mai rivendicata, a differenza di Via Rasella. Il comandante milanese «Visone» Giovanni Pesce (medaglia d’oro della Resistenza) negò sempre la firma dei Gap comunisti anche su quella strage, sappiamo invece da Pavesi e dalle ricostruzioni storiche che il piano venne affidato al distaccamento «Walter». La convivenza con i tedeschi e i milanesi era di «greve sopportazione», ai tedeschi non dispiaceva controllare con i repubblichini una città chiave.
A differenza delle Fosse Ardeatine, diventato un simbolo di Resistenza all’invasione nazista, i morti di Viale Abruzzi sono rimasti anonimi in questi anni. Nessuno ne rivendica il sacrificio, anzi la «mitologia resistenziale» ha esaltato a martiri laici solo i 15 detenuti di San Vittore, ricordati dal monumento nello slargo tra piazzale Loreto e via Andrea Doria. «C’è una ferita profonda mai rimarginata - dicono gli organizzatori - chi si candida a governare Milano in futuro deve restituire dignità e giustizia a questi suoi sfortunati cittadini».
