Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 20:30
Interni

L’allerta dopo Berlino: “Con gli islamici non c’è dialogo”. E la Gay Street di Palermo chiede il bando del burqa

Dopo l’attentato di Berlino, la comunità omosessuale di Palermo chiede tutele al comune per vietare il velo integrale dalla strada rainbow del capoluogo

Gay Street

All’indomani del drammatico attentato terroristico che ha colpito il Pride Berlino, la sicurezza torna al centro del dibattito pubblico anche nel nostro Paese, nonostante i vari tentativi di minimizzare i rischi per la sicurezza. A Palermo, attraverso una nota ufficiale, i rappresentanti della Gay street del capoluogo siciliano hanno rivolto una precisa richiesta all’amministrazione cittadina, sollecitando un intervento normativo sul tema della tutela dell’ordine pubblico. Nello specifico, è stata inviata una richiesta all’amministrazione comunale affinché venga precluso l’accesso alla via a chiunque indossi il velo integrale. Secondo il comunicato inviato dalla Gay street di Palermo, la città “è piena di donne con il volto coperto: coprirsi il volto in Italia è vietato dalla legge, non capiamo perché alle donne musulmane questo debba essere concesso”, ponendo l’accento sul fatto che “la sicurezza dei cittadini viene prima di ogni culto religioso”.

È una richiesta che si fonda sulla necessità di poter godere in serenità dei servizi, senza temere che sotto il burqa possa nascondersi un soggetto malintenzionato. Ma questa rivendicazione della comunità lgbtq di Palermo apre una breccia enorme nella narrazione della sinistra, accendendo di fatto un cortocircuito ideologico, nato dal tentativo dell’area progressista di tenere insieme, sotto la medesima bandiera dell’inclusione, il mondo islamico e la comunità omosessuale, ignorando un’incompatibilità valoriale e culturale del tutto insanabile. La dottrina islamica tradizionale e radicale condanna infatti severamente l’omosessualità, prevedendo nei contesti retti dalla sharia pene che vanno dalla reclusione fino alla condanna a morte. Di fronte a questa realtà, la paura dei frequentatori della Gay street non è una speculazione teorica, ma il timore concreto di finire nel mirino di un fanatismo che individua da sempre nelle libertà individuali e nei diritti civili un bersaglio prioritario da colpire. Quando la minaccia si fa reale, l’impalcatura ideologica della sinistra crolla.

Il testo ripercorre inoltre le tappe che hanno portato alla pacificazione con le realtà giovanili del quartiere, sottolineando la differenza di approccio rispetto alle minacce di matrice ideologica o religiosa. “Abbiamo risolto da soli con il dialogo e il confronto gli atti vandalici subiti pochi giorni dopo l’inaugurazione con le bande di ragazzi del quartiere che strappavano le bandiere raimbow e offendevano i frequentatori della Gay street. Oggi quegli stessi ragazzi sono diventati i nostri più grandi alleati e il miracolo si è verificato quando si sono presentati alla porta del Bunker club chiedendoci di regalare loro una bandiera arcobaleno per partecipare insieme a tutti noi al Gay Pride di Palermo", legge nella nota. Una mediazione che, secondo i promotori della nota, non appare tuttavia perseguibile sul fronte del fondamentalismo: “Ma se con i ragazzi di Palermo si può dialogare questo non è possibile farlo con chi pratica il fanatismo religioso islamico. Per cui chiediamo da parte delle istituzioni locali maggiore protezione in un contesto così delicato e di grande vulnerabilità”.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.