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Le angherie della Salis: contratti non registrati e clausole capestro

I due collaboratori licenziati senza giusta causa, inquadrati solo come co.co.co. L’imposizione: licenziamento se saltavano anche solo due riunioni

“Lei? No grazie”, “Si atteggia a sceriffo…”. Ilaria Salis attacca il sindaco di Cinisello

Via Lomellina, Milano. È qui, in una bella strada ombreggiata a Porta Vittoria, che per due volte l’anno scorso l’ufficiale giudiziario bussa alla porta di Ilaria Salis, deputata di Avs al Parlamento europeo. In mano ha le citazioni firmate da Francois Gelmetti e Valentina Dadda, i due collaboratori che l’ex militante dei centri sociali ha licenziato in tronco: ingiustamente e illegalmente, come deciderà poi il tribunale di Milano. La Salis adesso dice di non avere mai saputo di essere stata citata in giudizio e di non essersi potuta difendere. Ma via Lomellina era all’epoca la sua residenza ufficiale, come dimostrano gli atti a disposizione del tribunale. Per questo, dopo due tentativi infruttuosi, la notifica si considera avvenuta.

«Ricorso depositato e ritualmente notificato», si legge infatti nella sentenza che condanna la Salis a risarcire i due. Totale, trecentomila euro.

Non è un dettaglio da poco, perchè la regolarità della notifica impedirà alla Salis di fare valere buona parte delle sue ragioni nel processo d’appello. Se la condanna venisse confermata, oltretutto, dovrebbe pagare di tasca sua i 300mila euro, perchè i risarcimenti danni non rientrano tra le spese per il personale che l’Europarlamento rimborsa ai suoi membri. Prospettive fosche, insomma, per la 42enne deputata di Avs. E ancora più pesanti, man mano che i fatti prendono forma, si annunciano le conseguenze sulla sua immagine politica. La Dadda e la Gelmetti, secondo quanto reso noto dalla stessa Salis, non erano stati formalmente assunti ma inquadrati rispettivamente come co.co.co e partita Iva, le due figure professionali che da sempre l’ultrasinistra considera il paravento per lo sfruttamento senza diritti. Per questo anzichè il contratto-standard in uso al Parlamento, che prevede norme precise per il licenziamento anticipato, la Salis aveva imposto un accordo capestro che prevedeva il licenziamento immediato anche in caso di «mancanza ripetuta per oltre due volte a riunioni di coordinamento».

I nomi dei due non compaiono sul sito parlamentare della Salis, a differenza dell’amico con cui condivideva la camera da letto in un albergo, Ivan Bonnin (nonostante il divieto per i deputati di assumere assistenti cui siano legati da relazioni sentimentali). Si tratterebbe di «assistenti locali», che operano non a Strasburgo e Bruxelles ma nel paese d’origine del deputato (che può destinare ad essi fino al 60 per cento dei 30mila euro mensili a sua disposizione per lo staff). A pagarli è il Parlamento, a gestirli sono «terzi erogatori che garantiscono la conformità alla legislazione nazionale ed europea in materia». Chi erano i «terzi» che per conto della Salis hanno attestato la regolarità dei trattamenti dei due assistenti, inquadrati come liberi professionisti ma in realtà subordinati? A testimoniare la subordinazione sono le contestazioni che la maestra milanese muove loro, come quando contesta alla Dadda la «mancanza di risposte tempestive alle mail ricevute», o la «gestione autonoma di attività non concordate». Nelle sue conclusioni il giudice Franco Caroleo è netto, i due non erano liberi professionisti come li aveva mascherati la Salis ma «dipendenti a tempo determinato». Che ora la deputata rivendica di avere licenziato per il bene dei suoi elettori: la cacciata «era diventata necessaria per tutelare il corretto esercizio del mio mandato e le persone che rappresento».

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