Letta ci rifila un panettone amaro

Dalle tasse al lavoro, è il governo degli impegni non rispettati. E per il Paese sarà un Natale sempre più magro

Roma - Il panettone 2013 è al sicuro. Buone possibilità per la colomba pasquale, Renzi permettendo. Ma l'obiettivo dichiarato resta quello di arrivare al secondo giro di boa natalizio nel dicembre 2014, quindi ad un altro dolce con uvetta e canditi. Più facile misurare l'attività del governo di Enrico Letta sulla pasticceria che sugli obiettivi raggiunti. Perché degli impegni presi quando nacque l'esecutivo delle larghe intese (anche se la maggioranza si è ristretta) non c'è più traccia. Così come delle misure annunciate nel discorso di insediamento.

Fuori strada su Imu e Iva

L'esecutivo era nato per ridurre la pressione fiscale, per «non fare pagare i soliti noti». E l'impegno principale riguardava la casa. Via l'Imu del 2013. Patto rispettato a metà, visto che l'ultima rata è scattata per molti. Poi una riforma complessiva che non doveva servire a fare cassa. E su questo l'esecutivo è andato completamente fuori strada, visto che il conto per proprietari e inquilini sarà decisamente più salato. Nel Dna del governo c'era la «rinuncia all'inasprimento dell'Iva». Ma l'imposta su beni e servizi è scattata come da programma, dal 21 al 22%, perché il governo non ha messo mano alla giungla delle agevolazioni fiscali.

Briciole a lavoro e aziende

Il premier si impegnò per una «politica generale di riduzione del costo del lavoro». Se l'Imu era la condizione del Pdl per partecipare, questo era il cavallo di battaglia della sinistra, ma anche questa missione è tutt'altro che compiuta. Per il cuneo fiscale (cioè la differenza tra quanto costa un lavoratore all'azienda e quanto il dipendente incassa effettivamente) non sono in vista tagli significativi. Anche la promessa di destinare a questo scopo i risparmi della spending review è stata annacquata e i risparmi (se ci saranno) serviranno, paradossalmente, anche a coprire la spesa. Sul lavoro c'è semmai un aggravio. Ed è quello dei contributi dei lavoratori autonomi per salvaguardare un'altra leva di esodati. Unico impegno che il governo sembra avere rispettato in pieno.

Tagli alla spesa a babbo morto

Gli stessi risparmi della spending review sono molto futuribili. I tagli per il 2014 non sono quantificati, c'è qualcosa nel 2015 e il grosso negli anni successivi. A babbo (e legislatura) morti. Formalmente muove i primi passi l'abolizione delle province, ma nella versione varata dal governo non convince tutti, così come la legge sul finanziamento ai partiti. In generale, il taglio ai costi della politica resta del tutto teorico. Un'utopia, se è vero che dal governo sono partiti almeno due siluri contro un obiettivo minimo come quello di limitare gli affitti d'oro del Parlamento.

In guerra con l'Ue sui conti

I guai con Bruxelles, sarebbero dovuti finire insieme al governo Berlusconi. E invece dal commissario Rehn arrivano continui richiami sugli scarsi risultati ottenuti su deficit e debito, tanto che è a rischio la flessibilità sulla spesa per gli investimenti che fino a poco tempo fa era data per scontata.

I marò restano in India

Dall'economia alla diplomazia. Sui due militari arrestati in India Letta promise una «soluzione equa e rapida». Pochi mesi più tardi la Farnesina ipotizzò il Natale a casa, poi la musica è cambiata. Di spiragli per il rientro non ce ne sono e il ministro degli Esteri Emma Bonino è inciampata in dichiarazioni (poi corrette) che sembravano fare venire meno il sostegno a Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Che restano in India.

Letta si dimette?

Doveva essere il governo delle riforme. Quella elettorale è diventata un campo di battaglia della politica. A frenare sono soprattutto i lettiani più fedeli, quando fu proprio il premier ad auspicare una soluzione veloce. Quelle delle istituzioni sono al palo. Monocameralismo, via le province, nuovo ruolo delle regioni. «Tra 18 mesi», annunciò Letta, se le riforme si impataneranno, «io ne trarrò le conseguenze». Sempre che non debba farlo prima.

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