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Interni

L'ondata jihadista minaccia anche l'Italia

Gli ultimi report dei servizi parlano chiaro: esiste un rischio terrorismo concreto soprattutto con armi da taglio e veicoli

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Analizzando la documentazione prodotta dall’intelligence italiana Aisi, Aise e Dis e i report del Ministero dell’Interno, emerge un dato incontrovertibile: il rischio di infiltrazione jihadista in Italia non è una minaccia astratta, ma si declina in pericoli molto concreti.

Non ci sono grandi complotti orditi nell’ombra né commando invisibili in viaggio verso le nostre città. L’era delle grandi pianificazioni centralizzate, delle cellule strutturate che muovevano uomini e risorse operative da una parte all’altra dei continenti e dei grandi attacchi orchestrati a distanza appartiene ormai alla storia della minaccia terroristica globale. Ma osservando la documentazione del nostro comparto di sicurezza, si scopre che il fenomeno non è scomparso: si è trasformato ed evoluto, declinandosi in forme differenti ma con insidie diffuse e molto serie.

È dentro la trama delle ultime Relazioni sulla politica dell’informazione per la sicurezza trasmesse al Parlamento che emerge la reale traiettoria del pericolo sul suolo nazionale. I fascicoli elaborati dall’Aisi e dall’AISE descrivono una mutazione profonda dell’estremismo islamista: il terrore si è frammentato in schegge individuali, molecolari e imprevedibili, immensamente più difficili da tracciare e intercettare.

La direttrice nordafricana, con un focus costante sul Maghreb e sulle sue proiezioni verso le sponde dell’Europa meridionale, rimane un’area di osservazione prioritaria per i nostri apparati. Tuttavia, la vera preoccupazione degli 007 italiani non riguarda tanto l’eventuale arrivo dal mare di reti altamente organizzate. Il punto critico, l’ipotesi operativa che toglie il sonno agli analisti, è la capacità della propaganda di innescare cortocircuiti violenti nel tessuto sociale.

Nelle note riservate trasmesse dall’Aisi al Comitato Analisi Strategica Antiterrorismo, la minaccia viene chiaramente identificata in una tattica ad «alta frequenza e bassa intensità».

Il pericolo principale non è l’impiego di esplosivi complessi o la presenza di soggetti con un solido addestramento. La vera insidia risiede nell’uso improprio di armi da taglio, veicoli o strumenti d’uso comune scagliati all’improvviso contro «obiettivi morbidi»: stazioni, piazze affollate, luoghi di culto o pattuglie in servizio.

Le cronache confermano la validità di questo schema. Episodi basati sul vehicle-ramming e aggressioni a colpi di lama evidenziano con quanta facilità un oggetto quotidiano si trasformi in un’arma micidiale nelle mani di un soggetto fanatizzato via web dall’islam radicale. L’analisi del rischio mette a nudo l’efficacia della bassa tecnologia: l’assenza di segnali d’allarme preventivi, la contrazione dei tempi di esecuzione e la totale autonomia decisionale del singolo, spinto da un rapido processo di auto-radicalizzazione digitale.

Questo fenomeno incrocia la realtà dei giovanissimi. Come documentato dalle inchieste di Digos e Antiterrorismo, cresce il numero di ragazzi, spesso italiani di seconda generazione, completamente stregati dalla propaganda jihadista su chat crittografate.

Mentre l’Aise presidia il Mediterraneo, la risposta interna si affida all’incrocio dati sui noleggi e alle espulsioni. La vera risorsa resta l’intelligence di strada, quel lavoro capillare di prevenzione sul territorio in cui le forze dell’ordine fanno scuola.

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