All’inizio sembrava il vero mistero dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Per settimane si sono alimentate le suggestioni, anche quelle dei cronisti, intorno a un certo «Corrado» nominato nelle intercettazioni dagli esecutori materiali dell’azione contro il conduttore di Report.
Prima ancora che emergesse la responsabilità di Valter Lavitola, la pista su cui indagare per risalire ai veri mandanti, e indicata dallo stesso Ranucci, era proprio scoprire chi si celasse dietro a quel «Corrado». Un nome in codice? Ora emerge che, come rivelato dal Domani, si tratterebbe di un refuso nelle trascrizioni delle intercettazioni, forse per via del napoletano stretto parlato dagli indagati.
Insomma, un errore materiale, conferma al Giornale anche Antonio Falconieri, legale di due dei membri della banda di Avellino. Del resto i pm di Roma, negli interrogatori sia a Lavitola, che ai due componenti del gruppo, non viene mai posta la domanda su chi sia quel Corrado. Una pista inesistente per i magistrati. Ma facciamo un passo indietro.
Lo stesso Ranucci all’indomani dell’arresto degli avellinesi, aveva acceso i riflettori su quel nome citato una volta sola nell’ordinanza di custodia cautelare con i dialoghi intercettati. «Quello ha detto a quello che non dobbiamo proprio farlo arrivare a Corrado...», diceva Pellegrino D’Avino.
Giornalisti e opinionisti si sono esercitati nelle ipotesi più disparate. Ranucci aveva ipotizzato un collegamento col clan Moccia. E al Fatto Quotidiano aveva spiegato che quello era il nome con cui il Sismi identificava Marco Mancini, che poi ha querelato il conduttore di Report. «Nessuno mi ha mai chiamato Corrado», ha chiarito l’ex 007. Anche nella famosa telefonata notturna dopo la perquisizione a Lavitola, Ranucci, che per i pm era genuinamente «incredulo» di fronte all’ipotesi del suo amico mandante della bomba, diceva al faccendiere che gli inquirenti dovevano andare «a cercare chi cazzo è questo Corrado». Era «convinto», sottolineano i pm, che i sospetti su Lavitola fossero uno svarione investigativo. Quel Corrado, scopriamo oggi, semplicemente non esiste.
Intanto potrebbe slittare l’interrogatorio di domani di Marika de Filippis, l’altra componente del gruppo ai domiciliari. La 22enne è in procinto di partorire. Finora gli altri della banda hanno smentito le dichiarazioni di Lavitola, che aveva detto di aver commissionato «solo» qualche colpo di pistola dimostrativo e non una bomba. E l’ordigno, hanno spiegato, sarebbe stato procurato dal factotum di Lavitola, Gomes Clesio Tavares.
