“È evidente che pensavo che con Donald Trump sarebbe stato più facile”. Giorgia Meloni non nasconde la delusione per un rapporto che, almeno sulla carta, sembrava destinato a essere naturale. Le convergenze sull’immigrazione, sulla cultura woke e sulla difesa dell’identità occidentale lasciavano immaginare un’intesa privilegiata con il presidente americano. “Le cose sono andate diversamente”, l’ammissione contenuta nell’intervista concessa a Roger Cohen per il New York Times.
A raffreddare i rapporti sono stati gli attacchi di Trump al Papa, le parole sui militari europei impegnati in Afghanistan e una serie di divergenze nelle quali l’affinità politica si è scontrata con gli interessi nazionali. “Se ci vedremo dopo la pausa estiva? Beh, vedremo”, la sottolineatura successiva. Meloni, tuttavia, respinge l’idea di avere impostato la politica estera italiana sulla relazione personale con il presidente americano, sottolineando di ritenere “fondamentale” l’unità dell’Occidente: “Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali”.
Il punto, per il premier, è proprio questo: l’Italia deve scegliere la propria linea senza trasformarsi nell’appendice di Washington, Bruxelles o delle altre capitali europee. “Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore alle altre”, la sua analisi. L’obiettivo è superare il vecchio ruolo di “ruota di scorta di Francia e Germania” e restituire al Paese quella che definisce “una rivoluzione dell’orgoglio”. Buoni rapporti con tutti, dunque, ma senza rinunciare all’autonomia.
È uno dei passaggi centrali del lungo ritratto dedicato dal New York Times al presidente del Consiglio. Il quotidiano americano parte dalle radici post-fasciste di Fratelli d’Italia, torna al Ventennio, cita Mussolini e Almirante e prova a capire quanto sia rimasto della militante di diciannove anni nella donna che oggi guida uno dei governi più stabili d’Europa. Meloni, però, riporta continuamente il discorso al presente.
“Sono una persona che si impone delle regole. La prima regola è che non dico mai qualcosa che non penso”, spiega. “Non c’è modo di costringermi a dire qualcosa in cui non credo: il mio cervello va in cortocircuito”. Il premier attribuisce una parte del proprio successo alla capacità di non apparire costruita: “Le persone capiscono quando qualcosa è falso. Credo sia l’errore più grande che possa commettere un politico”.
Il New York Times definisce “melonizzazione” il processo che ha permesso a una forza proveniente dalla destra post-fascista di conquistare una piena legittimità politica attraverso un conservatorismo pragmatico. “Forse ero la persona giusta al momento giusto”, osserva Meloni. Di certo ha occupato uno spazio lasciato scoperto da una sinistra che ha progressivamente perso il contatto con una parte del proprio elettorato storico.
Il quotidiano racconta anche Piombino, per decenni roccaforte rossa e oggi simbolo del passaggio di una parte del voto operaio verso Fratelli d’Italia. Michele Nardini, ex operaio dell’acciaieria, riassume così il cambiamento: “Siamo stati governati dalla sinistra per settant’anni, adesso darò settant’anni alla destra”. Mentre fuori dall’Italia si continua a discutere della fiamma nel simbolo di FdI, molti elettori guardano a salari, lavoro, immigrazione e sicurezza.
Sul bilancio del governo – dopo aver elencato i dati di occupazione, inflazione, immigrazione, spesa sanitaria e spread – Meloni replica alle accuse di immobilismo con una battuta: “Ma è possibile che io non abbia fatto niente”. Il New York Times ricorda la discesa del deficit dal 7 per cento verso la soglia europea del 3 per cento, il primo miglioramento del rating sul debito italiano dopo 23 anni e gli indicatori positivi su occupazione e sbarchi. Risultati contestati e ridimensionati dall’opposizione, ma che contribuiscono a spiegare la tenuta del premier.
Mentre la Francia ha cambiato sei governi e il Regno Unito tre primi ministri, Meloni si avvicina al primato di longevità consecutiva a Palazzo Chigi nella storia della Repubblica. “Credo che ciò che mi ha portato qui” – nel suo ufficio a Palazzo Chigi – “sia stato il coraggio di schierarmi dalla parte scomoda della storia, di scegliere di andare controcorrente”, l’aggiunta. Insomma, se il New York Times cerca ancora la ragazza cresciuta nella destra romana, finisce per raccontare soprattutto un leader che rivendica stabilità, autonomia e interesse nazionale.
