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Nappi e +Europa, se la pornostar in lista non fa più scandalo

Ruoli ribaltati: ormai la politica ha imparato le regole dell’intrattenimento

Valentina Nappi, campagna provocatoria per difendere l'aborto

Si dichiara atea e bisessuale, è sposata ma non vuole figli, proporrebbe un Daspo per i tifosi del Napoli che votano Matteo Salvini, collabora con la rivista Micromega, è stata avviata alla filmografia porno da Rocco Siffredi nel 2011 e poi è entrata in polemica con i circuiti Visa e Mastercard «rei» di aver interrotto i rapporti con MindGeek la società che controlla Pornhub. Oggi, Valentina Nappi è corteggiata da +Europa che la vorrebbe candidata tra le sue fila nel 2027 perché sembra il miglior antidoto per una politica che fatica a sedurre gli elettori. Quando quarant’anni fa i Radicali di Marco Pannella arruolarono Ilona Staller, in arte Cicciolina, portare una pornostar in Parlamento rappresentava una provocazione politica prima ancora che mediatica: incarnava una battaglia libertaria, spiazzava il perbenismo e costringeva il Palazzo a confrontarsi con ciò che preferiva fingere di non vedere. Ma oggi il porno è diventato un trend, sta dappertutto e lo spettacolo è quotidianamente garantito da chi in Parlamento c’è già. Quindi normale che le liste vengano fatte con gli stessi criteri con cui si costruisce un palinsesto. Se la visibilità diventa il principale titolo di merito, allora la differenza tra un’influencer, un’ex concorrente di reality e una pornostar è solo una questione di target. Già nel 2013 un’altra pornostar, Malena La Pugliese, era diventata delegata del Partito Democratico. Oggi è il momento di «Nappi» in +Europa («non rinuncerei al porno, ma l’idea mi attrae» ha commentato ieri), partito che rivendica il primato dei diritti individuali e delle libertà civili e che, se non altro, sarebbe uno dei pochi approdi politicamente coerenti per una figura come lei. Il problema non è la candidatura in sé, ma l’effetto inevitabile: per settimane si parlerebbe del suo passato, delle fotografie, delle interviste e delle polemiche, mentre il programma del partito finirebbe, in corpo otto, relegato in fondo all’articolo. Ve le immaginate le battute sul «voto di scambio» o i riferimenti alla body performance olfattiva della pornostar al Cam di Casoria dal titolo «Annusate Valentina Nappi»? Forse è questa la differenza più amara rispetto ai tempi di Cicciolina. Allora lo scandalo serviva a mettere in discussione il sistema. Oggi il sistema usa lo scandalo come una leva di marketing. Non è la pornografia a essere entrata in politica: è la politica che ha imparato le regole dell’intrattenimento. E quando i voti si inseguono con le stesse logiche dei clic, non stupisce che il confine tra Parlamento e palcoscenico diventi sempre più sottile. Poi per carità, la buona notizia, per dirla con Karl Kraus, è che «la libertà di pensiero ce l’abbiamo. Adesso però ci vorrebbe il pensiero».

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