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Nel libro di Calabresi, zona San Siro da paura. Anche i filippini in fuga dal quartiere arabo

L’aspirante sindaco Pd racconta l’insicurezza ma dal palco dice “no agli spazi militarizzati”. E rimpiange il Lido

L�autore Mario Calabresi alla presentazione del libro �Le voci degli altri� al Teatro Franco Parenti, Milano 24 Settembre 2026 ANSA/MATTEO CORNER

C’è la signora Giuliana che nel quartiere popolare di San Siro gli racconta: «Mi sento straniera». E «il momento peggiore» è stato 15 anni fa (inizio della giunta Pisapia) «quando hanno cominciato a sfondare le porte e occupare le case, anche quelle abitate». O Tricia, filippina, che sogna di cambiare quartiere «come stanno facendo molte famiglie» della stessa origine che «appena possono si spostano dove il tessuto sociale non è non è tutto fatto di immigrati o non a prevalenza nordafricani». Anche a Tricia, come scrive nel suo libro «Le voci degli altri» (Mondadori) il giornalista Mario Calabresi, pronto a correre come sindaco del Pd, «il quartiere oggi le fa paura.

“La sera non mi sento sicura, quando torno a casa ci sono furti, ti rubano il telefono dalle mani, è successo anche sulle scale di casa“». Benvenuti nel mondo reale. Lettura consigliata alla sinistra che per anni si è difesa dagli attacchi del centrodestra parlando di «insicurezza percepita» o ha visto come fumo negli occhi le camionette dei militari. Il loro aspirante sindaco, che ieri ha presentato il libro al Teatro Parenti, si è ritrovato a scoperchiare il degrado, le paure e un’integrazione ben diversa da quella raccontata dalla coalizione con cui (però) punta a governare Milano. E a parole la ricetta non cambia, visto che dal palco afferma che la sicurezza «non sta negli spazi militarizzati». Scrive che andando dalla signora Giuliana in piazzale Selinunte «non potevo credere ai miei occhi.

C’erano reti del letto una branda, una libreria, un comodino, un televisore..Una discarica in mezzo alla città». E rimpiange la piscina Lido dove da piccolo lo portava la madre, «un posto fantastico e accessibile, costava poco». Anche qui, grazie alle giunte Pd l’ex Lido è chiuso dal 2019 e riaprirà a gestione privata, con vasca ridotta e prezzi meno pop. Della scuola Radice di via Paravia, frequentata da Calabresi quando gli immigrati erano bimbi del sud, si è già detto. Prova a descriverla come modello ma nelle pagine non può che svelare lo stato reale: «Su 108 alunni una sola ha entrambi i genitori italiani. E da 20 anni gli italiani hanno smesso di iscrivere i figli per paura che restino indietro». Una maestra racconta che «le regole vorrebbero che ci fosse al massimo un terzo di stranieri per classe ma qui il limite è inapplicabile.

Gli italiani vanno via e sono tutti stranieri». Un esempio di quelle scuole ghetto che il governo Meloni sta cercando di smantellare, con buona pace della sinistra che contesta il decreto Valditara. Nel libro i mette in parallelo le storie del gioielliere Mario Roggero, in carcere per aver sparato e ucciso due rapinatori in fuga, «per un pezzo d’Italia e una quota di politici è una vittima e un’eroe, per l’altro pezzo un pistolero assassino», e quella del 22enne bocconiano, Davide Simone Cavallo, accoltellato in corso Como da 5 giovanissimi. Accusa il gioielliere che «non ha avuto la minima empatia e compassione» verso le famiglie e i figli dei rapinatori e ricorda invece l’abbraccio di Davide agli aggressori in tribunale.

Ci sono passaggi dedicati al padre commissario Mario Calabresi, ingiustamente accusato della morte dell’anarchico Pinelli e ucciso il 17 maggio 1972 da un commando di Lotta Continua. Nel libro ricorda che si trovò, come il 22enne, a un bivio durante la lettura della sentenza del primo processo per l’omicidio. «Quando mia madre mi disse che piangeva di dispiacere per la figlia di Ovidio Bompressi, l’uomo che aveva premuto il grilletto, mi infastidii e risposi con una frase ruvida: “Ma pensa noi che il padre non l’abbiamo avuto“. Eppure quel pianto nel tempo ha scavato dentro di me, mi ha aiutato a vedere il mondo nella sua complessità nelle sue sfumature. Non nella terribile semplificazione del bianco e nero». Il ricordo di Pinelli riaffiora in un colloquio con un anziano. E ricorda che da bambino si innamorò del libro «Robinson Crusoe», «dopo la morte di mio padre mi sentivo un naufrago».

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