Altro che sondaggi e leadership del «campo largo»: Sigfrido Ranucci si è giocato anche il salvacondotto di una candidatura. Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, i due alfieri del «ranuccismo», fanno una precipitosa marcia indietro. Qualunque sia l’esito dell’inchiesta sull’attentato subito dal giornalista, quanto emerso in queste settimane, tra faccendieri e domande senza risposta, ha scoraggiato il centrosinistra. Il più lapidario di tutti è il portavoce di Elly Schlein, Flavio Alivernini: «Ranucci candidato? Non mi pare proprio che l’ipotesi sia mai stata sul tavolo». È una pietra tombale sulle eventuali ambizioni politiche del «teletribuno». Dalle parti del Movimento 5 Stelle - e questo forse neppure Ranucci se lo aspetta - la musica è cambiata. Uno dei vicepresidenti di Giuseppe Conte, un ex ministro ed esponente in vista, taglia a corto: «Escluso totalmente».
Anche tra le amazzoni contiane, il quadro non cambia. Ad Alessandra Maiorino, lanciatissima senatrice grillina, la discesa in campo di Ranucci «non risulta». Un discorso che vale anche per Mariolina Castellone, vicepresidente della Camera, che si limita a un «non che io sappia». Il deputato Alessandro Caramiello ne fa anche una questione di clima interno, di coerenza: «Dopo tutto quello che sta succedendo...non è all’ordine del giorno. C’è il listino dei 15 di Conte ma, quando il presidente ha dovuto scegliere, si è catapultato su profili come Cafiero De Raho o Roberto Scarpinato, persone integerrime...». La domanda posta dal Giornale è sempre la stessa, per tutti: «C’è l’eventualità che Sigfrido Ranucci sia in campo con voi alle Politiche del 2027?».
Un personaggio come il dem Piero Fassino preferisce la sintesi: «Lo escludo». Il ragionamento di Walter Verini, senatore del Pd che siede pure in commissione Antimafia, parte da lontano: «Che Ranucci fosse e sia da anni un punto di riferimento di mondi che guardano all’impegno civile dei giornalisti è un conto» ma «altre ipotesi erano solo - a quanto si è saputo - nella fantasia di uno come Lavitola». Sempre Verini, che rivendica di aver difeso Report intesa come trasmissione, ricorda di aver già «criticato certe frequentazioni e fonti, riferendomi a faccendieri spregiudicati-pregiudicati come Lavitola». Insomma, quel «forse qualcuno sarebbe contento se lasciassi il programma per andare a fare politica» che Ranucci, secondo Repubblica, avrebbe pronunciato qualche giorno fa, non trova sponde. O almeno non le trova più dopo le cronache di queste settimane. Sembra vero ciò che si dice in giro da qualche settimana: il credito politico che Ranucci pensava di poter vantare con il «campo largo», non esiste più.
Italia viva, che certo non è mai stata fan del metodo Report, prende posizione con Davide Faraone: «Non ero per la candidatura di Ranucci prima di Lavitola, non vedo perchè Lavitola dovrebbe farmi cambiare idea». Il sondaggio su Mr.Report in politica, almeno tra chi siede in Parlamento, fornisce un esito certo.
