Un primo mattone della nuova legge elettorale è stato posato. L’Aula della Camera ha approvato l’articolo 1 della riforma con 208 voti favorevoli, 143 contrari e tre astenuti. Un risultato arrivato al termine di uno scrutinio segreto e che dà il via libera al cuore del nuovo sistema di voto voluto dal centrodestra.
Il meccanismo prevede un impianto proporzionale corretto da un premio di maggioranza: 70 deputati e 35 senatori saranno assegnati alla lista o alla coalizione capace di raggiungere almeno il 42 per cento dei consensi. L’obiettivo è garantire una maggioranza parlamentare riconoscibile, evitando che il risultato delle urne venga successivamente ribaltato dalle trattative tra i partiti.
La novità politicamente più significativa riguarda però l’indicazione del candidato alla presidenza del Consiglio. Al momento del deposito del contrassegno, ogni coalizione dovrà comunicare il nome della persona che intende proporre al capo dello Stato per Palazzo Chigi. Restano naturalmente intatte le prerogative costituzionali del presidente della Repubblica, ma agli elettori verrà finalmente chiarito chi aspira a guidare il governo.
Ed è proprio questo passaggio a smascherare il campo largo, che nelle scorse ore aveva bocciato la previsione parlando di “premierato senza riforma”, presentando emendamenti soppressivi in materia. Pd, Movimento 5 Stelle e cespugli della sinistra hanno costruito finora la propria alleanza quasi esclusivamente in funzione anti-Meloni, rinviando accuratamente il momento della scelta più delicata: quella del candidato premier. Con la nuova legge non sarà più possibile presentarsi uniti contro il centrodestra e lasciare la soluzione del rebus alle manovre successive.
Elly Schlein e Giuseppe Conte dovranno uscire allo scoperto. Uno dei due dovrà accettare di fare un passo indietro oppure la coalizione dovrà trovare una terza figura, con il rischio di aggiungere un altro nome a un’alleanza già affollata di leader, veti e ambizioni personali. Non basteranno più le fotografie sui palchi, le manifestazioni unitarie o gli appelli contro Giorgia Meloni: serviranno un candidato comune e, possibilmente, anche un programma condiviso.
Il via libera della Camera introduce quindi un principio elementare: chi chiede il voto per governare deve dire prima con chi vuole farlo e
chi intende portare a Palazzo Chigi. Una regola che rende più trasparente la sfida elettorale e restringe lo spazio per gli inciuci del giorno dopo. Ed è forse per questo che, nel campo largo, la riforma fa già così paura.
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