“Commentare le analisi politiche di Calenda richiede un certo sforzo… bravo a fare il viceministro, poi gli ho fatto fare l’ambasciatore, poi gli ho fatto fare il ministro, il candidato sindaco a Roma, il leader del terzo polo perché non aveva le firme e restava a casa. E lui ha commentato tutto questo mio sforzo nei suoi confronti come un atto di cattiveria!”, così un Matteo Renzi a tutto campo ha salutato la platea della Versiliana intervistato dalla giornalista Lavinia Spingardi (Sky).
L’ex rottamatore, che si definisce “generoso” con il leader di Azione, si è ritagliato un ruolo da king-maker nel campo di una sinistra priva ormai un vero centro. Lui lo sa e prova a pesarsi avendo abbandonato (ormai da tempo) ogni speranza di federazione centrista.
Il leader di Italia Viva, ha messo poi nel mirino - in ordine cronologico - Tajani, Meloni e Salvini, i pesi massimi del governo: “Ogni volta che parla Tajani di geopolitica un diplomatico sviene; ma vi immaginate Andreotti e Craxi con il cappellino rosso con la scritta Maga in mano?”; quindi passa a Meloni: “È la più brava” ma poi precisa subito: “Di tutto quel gruppo fatto da Tajani, Salvini, Delmastro, Giuli…” e polemizza come è ormai solito fare: “È un governo che usa armi di distrazioni di massa per non parlare di benzina, costo della vita, insicurezza. Ecco che si mettono a parlare di Roggero e famiglia nel bosco. Per non parlare dei rimpatri i cui dati sono peggiori rispetto ai miei. Governano con decreti spot”.
Ma il vero progetto a cui sta lavorando l’ex premier è di impedire a Meloni di andare al Quirinale: “Lavoriamo per impedirlo. Tutto il resto non conta” e prova a scuotere il suo pubblico: “La destra è divisa e questo è per noi un fatto positivo. L’ascesa di Vannacci ha rotto la loro unità ma non so dire cosa alla fine deciderà di fare Meloni. Giorgia è tignosa ma anche prudente in questo caso”.
Ma è sulle divisioni e le incomprensioni del suo campo, quello “largo”, che il senatore, abile nella dialettica politica attacca, difende, pesa e non dice. Ci sono molti steccati dalle primarie alla politica estera che turbano il mondo della sinistra ma Renzi con realismo riconduce tutto ad una parola, semplice quanto chiara: “Compromesso”.
E lo spiega senza mezzi termini: “In questo clima internazionale o si sta a sinistra o si sta a destra. Terzi poli e centri non incidono e non contano nulla. Questo non è bello? No, ma è il compromesso. Se la politica perde il compromesso diventa mera testimonianza”; questo è un passaggio delicato che vuole portare a compimento nel ragionamento fino ad ora mai così esposto pubblicamente: “Il contrario del compromesso è la morte. Come si trova Renzi? Ho imparato sulla mia pelle che per mandare avanti il Paese bisogna fare una cosa alla volta. La politica è passo dopo passo. Il mio obiettivo è incidere ed evitare che la destra prenda Palazzo Chigi per cinque anni e il Quirinale per sette”.
La politica estera continua a dividere profondamente la sinistra, da Avs al Pd ai 5S, mozioni e dichiarazioni minano una non ancora certa unità (in primis) elettorale. Renzi ammette: “Il campo largo è diviso è tutto molto difficile” ma poi sposta subito il focus sull’altro campo: “Non raccontiamo che solo la sinistra è divisa. È un problema anche della destra. La politica estera taglia trasversalmente le coalizioni”.
Ma il refrain dall’inizio alla fine dell’intervista ha una data e un luogo ben preciso: il 2029 e il Quirinale. Insomma, intorno al colle più alto d’Italia è già iniziata la madre di tutte le battaglie politiche.
