C’è sempre un momento, nelle grandi manifestazioni dedicate alla libertà come il Pride, in cui qualcuno si sente libero un po’ più degli altri. Libero dai fatti, dalla prudenza, dal buon gusto e soprattutto dalle conseguenze. Al Pride di Milano quel momento è arrivato quando Lorenzo Pezzotti, performer e art director di Botox Matinée, ha preso il microfono e ha deciso che una parata per i diritti civili fosse il luogo ideale per raccontare presunti dettagli della vita privata di Matteo Salvini. Dal carro, davanti a migliaia di persone e a centinaia di telefoni pronti a registrare, nel consueto clima che si respira in certi eventi, Pezzotti ha lanciato accuse indicibili contro il leader dela Lega. Non pago ha aggiunto: "E aspetto che mi smentisca. Sono qui".
Una sfida impavida. L’uomo sul carro contro il ministro della Repubblica. Ma non è tutto. Perché Pezzotti ha arricchito il racconto con ulteriori particolari, chiamando in causa una festa della birra a Ponte di Legno e persino Umberto Bossi.
Parole pesanti, pronunciate senza portare prove e destinate inevitabilmente a viaggiare sui social. Perché oggi le spacconate non restano più sospese nell’aria il tempo di un corteo: vengono registrate, rilanciate e recapitate direttamente all’interessato. Salvini, infatti, ha risposto annunciando battaglia legale: "Ci vediamo in tribunale amico mio". Ed è a quel punto che il coraggio da palcoscenico si è sciolto più rapidamente di un cubetto di ghiaccio sotto il sole milanese.
Dopo averla sparata grossa, Pezzotti ha imboccato la strada della contrizione social. Niente più voce stentorea, niente più guanto di sfida e niente più attese baldanzose di una smentita. Nelle storie su Instagram è comparsa la versione dimessa, affaticata, quasi incredula davanti alle parole pronunciate dalla propria bocca: "Chiedo scusa a tutti". Poi la spiegazione: "Il caldo, la stanchezza, il non aver dormito e lo spritz - che a 40 gradi non andrebbe bevuto - mi hanno fatto perdere il senso totale della ragione”. Poi, visibilmente affranto, ha aggiunto: “Non so perché ho detto quello che ho detto. Chiedo scusa a Salvini perché ho raccontato delle cose che non corrispondono alla verità. Sono cose senza senso, non mi spiego perché la mia testa ha fatto questo”.
La colpa, dunque, sarebbe un po’ del caldo, un po’ della stanchezza e un po’ dell’alcol. Ma il copione, in fondo, è ormai noto. Prima si urla la provocazione più volgare possibile, magari contro il bersaglio politico giusto, confidando negli applausi della platea. Poi, quando arriva la prospettiva meno festosa di un’aula di tribunale, cominciano le scuse, le precisazioni, il pentimento e la ricerca di qualche attenuante climatica.
È anche questa una delle contraddizioni di una certa cultura del Pride. Una manifestazione nata per chiedere rispetto rischia troppo spesso di offrire il microfono a chi il rispetto lo considera un accessorio facoltativo. Si rivendica il diritto a non essere insultati, discriminati o ridotti a caricatura, ma poi si applaude chi usa la sessualità come strumento di dileggio contro l’avversario politico.
Il punto, naturalmente, non è l’orientamento sessuale evocato nella sparata. Il punto è l’uso dell’allusione sessuale come insulto pubblico. Un cortocircuito notevole per chi stava parlando proprio da un carro del Pride. La scena racconta una deriva più ampia: la convinzione che dentro certe manifestazioni qualunque iperbole diventi accettabile purché indirizzata contro il nemico politico del momento. La volgarità viene ribattezzata irriverenza, l’accusa priva di riscontri diventa performance e l’insulto si presenta in abiti arcobaleno, sperando così di ottenere una speciale immunità morale. Ma la libertà di espressione non è la libertà dalle conseguenze. E il Pride non può diventare una zona franca nella quale si può dire tutto, salvo poi dare la colpa al sole quando qualcuno presenta il conto.
Pezzotti ha chiesto scusa e ha fatto bene, anzi benissimo. È già qualcosa.
Resta però l’immagine di un uomo che dal carro sfida Salvini ad alta voce e poche ore dopo, intravista la toga all’orizzonte, scopre improvvisamente il caldo, la stanchezza e l’insensatezza delle proprie parole. Prima il ruggito. Poi il piagnucolio.