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L’ultimo delirio social di Ranucci: “Come Moro, Falcone e Borsellino. L’Italia uccide gli uomini migliori”

Il giornalista si autoparagona ai morti di mafia e terrorismo: “La voce che spaventa”. E neanche da Pd e Cinque stelle stavolta si leva il solito coro di elogi per il “giornalismo d’inchiesta”

Ranucci a Report

Una fotografia in bianco e nero di Falcone e Borsellino. Sopra, una frase che induce a strabuzzare gli occhi: «La voce che spaventa». Alle 13.12 di ieri, Sigfrido Ranucci, proprio nelle ore in cui il suo amico Lavitola veniva interrogato al carcere di Rebibbia, si esibiva in questo messaggio da delirio di grandezza in cui sottintendeva di essere come Aldo Moro, Piersanti Mattarella e i due magistrati uccisi dalla mafia. «La voce che spaventa» sarebbe la sua, così come quella degli eroi italiani che ha citato. Ranucci ha ritenuto opportuno suonare questa nota di vittimismo: «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso identico modo — non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta».

È bene metterla integralmente, per esteso e senza interruzioni, per capirla nel pieno del suo significato. E strabuzzare gli occhi ancora una volta. Perché per scrivere un tale messaggio serve coraggio, spregiudicatezza e una dose non indifferente di egocentrismo.

Per anni ogni sua esternazione è stata accompagnata dagli applausi di un fronte politico e mediatico ben preciso: non solo gli estimatori della trasmissione, ma esponenti del Pd e del M5S, che hanno trasformato il «metodo Report» in una sorta di marchio d’eccellenza del giornalismo d’inchiesta, sottraendolo a qualunque critica.

Un’aura di intoccabilità che ha resistito anche quando alcune inchieste hanno sollevato dubbi o ricostruzioni poi rivelatesi più fragili del previsto. Questa volta, però, gli «yes man» sembrano essersi volatilizzati.

Nessuna levata di scudi e nessuna presa di distanza per un paragone che ha scatenato una valanga di critiche. Un silenzio assordante. Curioso, soprattutto se confrontato con la rapidità con cui, ogni anno, una commemorazione di Falcone e Borsellino da parte di Giorgia Meloni o financo la citazione di un ministro o di un esponente del centrodestra vengono immediatamente accompagnati da accuse di strumentalizzazione. Con Ranucci, invece, tutto tace. Anche sul fronte delle toghe che, solo pochi mesi fa, lo avevano accolto con una standing ovation all’assemblea dell’Anm. L’amico Lavitola lo ha definito «il giornalista più potente, più vicino ai giudici che ci sono in Italia». Parole che oggi assumono un peso diverso, anche alla luce della sicumera con cui il conduttore colloca la propria esperienza professionale accanto a uomini che hanno pagato con la vita il loro servizio allo Stato. Sarà per questo che neanche il più piccolo scrupolo ha fatto capolino nella mente del conduttore di Report nell’istante in cui ha postato quell’immagine. Un messaggio che si inserisce in una sequenza di messaggi sempre più improntati al vittimismo e dal tono allarmante. Giorni fa Ranucci aveva pubblicato la foto della madre, accompagnandola da uno scritto che sapeva di sollievo «consolatorio perché non possa vedere persone, vicine e lontane, che come maiali razzolano nel fango per cercare di sporcare me e il lavoro per cui ho dedicato la mia vita». Fango che si è trasformato poi in «male che vi tornerà» quando Ranucci ha minacciato il Giornale per aver raccontato gli sviluppi di una vicenda contorta.

Quando si costruisce una narrazione in cui ogni critica diventa persecuzione il rischio è quello di perdere il senso della misura. È la sindrome di chi si identifica col mito che ha costruito attorno a sé. È questo il paradosso: nel tentativo di rappresentarsi come voce scomoda e perseguitata, Ranucci ha finito per compiere il gesto che forse più di ogni altro rischia di incrinare la sua credibilità. La storia insegna che Icaro precipitò non perché qualcuno gli avesse spezzato le ali, ma perché volle volare troppo vicino al sole. E per Ranucci è arrivata l’eclissi.

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