All’indomani della vittoria del No nel referendum sulla giustizia il gotha del campo largo era convinto che vincere le elezioni politiche sarebbe stato come tirare un rigore a porta vuota. Dopo cinque mesi a sinistra si sono talmente incartati da esporsi al rischio che il rigore finisca per essere tirato verso la rete opposta e dopo una lunga traiettoria, rimbalzo dopo rimbalzo, trasformarsi in autogoal. Le polemiche sulle primarie, sul «centro» che non c’è e su Ranucci baluardo della libertà di stampa rischiano di innescare un meccanismo perverso. Soprattutto si ha l’impressione che le «chance» del campo largo dipendano da altri. Ad esempio, la decisione o meno di tenere le primarie è rinviata alla capacità del centro-destra di approvare la legge elettorale: quindi, indirettamente, è il campo avverso a scegliere se si terranno o meno. La vittoria, visto che la sinistra ha difficoltà ad allargare i confini del suo schieramento e persevera nelle foto dei magnifici quattro (Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli) dipende, invece, dal desiderio di Vannacci di andare a braccetto o meno con la Meloni: quindi il successo del campo largo discende dal Generale. Per assurdo anche l’esito della crociata sulla libertà di informazione che Schlein e Conte stanno conducendo a spada tratta in difesa di Ranucci è rimessa ad altri: se da uno scampolo di nuove memorie di Lavitola uscisse fuori che l’ex conduttore di Report fosse al corrente della «bomba» la grande battaglia si trasformerebbe in un boomerang. Paradossalmente, quindi, il «campo» è pure nelle mani del faccendiere e della banda del buco con cui ha messo in piedi la «mandrakata», per citare Gigi Proietti.
A parte questo il «campo» è fermo, immobile. Addirittura Calenda è a suo modo meno statico: ha capito che lo scontro si sta radicalizzando, che Meloni e Vannacci potrebbero siglare un’intesa, che nei sondaggi il 3% è un miraggio e rimossa l’immagine del Conte «putiniano» con una contorsione degna del grande Aleksei Goloborodko torna a guardare a sinistra. Convulsioni. Nel «campo» invece c’è calma piatta, la bonaccia che non piace ai marinai: non c’è una strategia, tantomeno una regia ma solo la speranza che siano altri a risolvere i problemi.
Manca il coraggio di decidere. Lo ha invocato ieri addirittura quel monumento che è per la sinistra Corrado Augias. Il tormentone sulle primarie è puro autolesionismo. È addirittura insensato immaginare di farle a ridosso delle elezioni che saranno ad aprile perché non puoi dividerti, lacerarti ed immaginare che in un batter d’occhio i rancori siano metabolizzati. La logica è adamantina: o le fai subito, o non le fai. Anche perché di fatto mancano poco più di sei mesi alle elezioni e per una campagna elettorale potrebbero essere pochi. Specie se venisse in mente di tirare fuori un terzo nome. Magari sconosciuto ai più: Romano Prodi per presentarsi alle elezioni del ’96 cominciò a farsi conoscere con una rubrica su Rai 1 nel ’92 e nel ’95 finì addirittura su Videomusic. E il Professore è stato l’unico a vincere elezioni su quel versante inventandosi un centro da coniugare con la sinistra. Ora, invece, il «centro» lo vogliono senza identità, diviso e senza peso. È la logica del «bettinone», il piano di Goffredo Bettini, lontano parente dei «dalemoni», cioè delle strategie ipercomplicate di D’Alema. Quelle però avevano aspirazioni più alte come far cadere il primo governo Berlusconi. E a volte riuscivano. I «bettinoni» sono invece improntati al puro masochismo, ad un fulgido «tafazzismo» per usare l’espressione di una volta. Pensare che per vincere al campo largo basti rimanere essenzialmente su un formato a quattro e inventarsi un surrogato di «centro» basato sulla leadership di uno dei 18.365 assessori del Belpaese è pura follia. Così resta quell’immagine monca del palco di Napoli, priva di entusiasmo, con Matteo Renzi che per la Festa dell’Unità nazionale a Reggio Emilia non ha ricevuto inviti. E torna in mente la frase pronunciata anni fa dal compagno Nanni Moretti sul palco di piazza Navona: «Con questi dirigenti non vinceremo mai».
