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Rapite dall’Isis e Hamas: le testimoni della ferocia islamista

Gli orrori raccontati dalle vittime. Le proposte di Santanchè

Fawzia Amin Sido, sopravvissuta yazida rapita dall'ISIS da bambina nel 2014 e liberata nel 2024, partecipa all�evento �Donne la libert� � sempre di moda� presso la sede di Assolombarda a Milano, 25 settembre 2026. ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

«La libertà non passa mai di moda». Con questo titolo si è svolto ieri a Milano un convegno dove abbiamo raccolto le drammatiche testimonianze di donne che hanno pagato sulla propria pelle la violenza del terrorismo islamico. Il titolo del convegno è dovuto al fatto, non certo usuale, che l’evento si è svolto durante la settimana della moda. L’ha organizzato l’istituto Friedman e si è tenuto nel palazzo milanese di Assolombarda. Vari panel, moltissimi oratori, testimonianze soprattutto dal Medio Oriente. Il momento più forte e drammatico è stato quando ha parlato una ragazzina ebrea di 12 anni, con un filo di voce, e ha raccontato la sua storia. Si chiama Ela Elyakim, era nel suo kibbutz quella mattina del 7 ottobre del 2023, quando arrivarono i terroristi di Hamas. Lei aveva otto anni. Ha raccontato del terrore, di suo padre ferito e poi ucciso, la moglie del padre uccisa anche lei, la sorellina Dafna,

appena un po’ più grande, presa con lei dai terroristi e portata via prigioniera. Ela ha raccontato quei 51 giorni in mano ad Hamas. Ha parlato di quelle che lei chiama «case» (che sarebbero le celle sotterranee), che cambiavano tutti ii giorni. Ha detto dei suoi carcerieri che le dicevano che non la facevano andar via perché Israele non la voleva. La disperazione, la paura. Chissà se potrà mai riprendersi Ela. Come farà a sopportare per tutta la vita il ricordo. Dopo di lei, nello stesso panel intitolato «donne che lottano per la libertà», ha parlato Fawzia Amin Sido, che è una donna yazida, sopravvissuta al genocidio degli yazidi. Lei fu rapita dall’Isis quando era bambina, nel 2014. Ed è rimasta nelle mani del cosiddetto «Stato Islamico» fino al 2024. Più della metà della sua vita. Subendo violenze atroci. Poi è stata la volta di Husna Jalal, perseguitata dai talebani, che ora ha fondato l’associazione «Women for change international». Al convegno sono intervenuti

esponenti del mondo politico e del giornalismo. La tensione non si è mai abbassata. Nel secondo panel, moderato dal giornalista Mediaset Francesco Vecchi, hanno parlato alcuni studiosi sul tema della violenza contro le donne usata come strumento dal terrorismo. Ultimo panel introdotto dalla senatrice Daniela Santanchè. Che ha concluso chiedendo di non essere applaudita. E ha aggiunto: vorrei chiarire cinque punti di principio. Eccoli: nessuna donna e nessuna bambina deve mai essere costrette a coprirsi con il velo; tolleranza zero su matrimoni forzati e mutilazioni genitali; chi fugge dal regime iraniano deve trovare in Italia porte aperte; chi reprime deve pagare; la moda italiana, che ha grande influenza nel mondo, deve usare la sua voce.

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