È il delegato degli ingegneri al tavolo della struttura commissariale, Di fatto, Massimo Conti coordina l’esercito dei 7mila impegnati nella ricostruzione.
Com’è cambiata la gestione dell’emergenza negli anni?
«È cambiata perché è cambiata la natura del problema. All’inizio la priorità era mettere in sicurezza le persone, garantire assistenza e affrontare l’emergenza abitativa. Oggi bisogna completare la ricostruzione, accelerare i cantieri e far tornare i territori a crescere. È il passaggio dall’emergenza alla ricostruzione e alla riparazione dell’Appennino centrale. Non basta ricostruire ciò che il sisma ha distrutto: bisogna consentire alle comunità di vivere, lavorare e investire. Abbiamo oltre 23mila cantieri autorizzati e quasi 15mila interventi conclusi; i nuclei familiari ancora assistiti sono 8.759, il 40% in meno rispetto al ’22».
L’emergenza è anche occupazionale e sociale?
«Certamente. Una casa restituita è fondamentale, ma da sola non ricostruisce una comunità. Se mancano lavoro, imprese, scuole e servizi, la ricostruzione resta incompleta. Per questo parliamo di riparazione economica e sociale e di diritto a restare. Il Rapporto 2026 segnala flussi occupazionali in crescita e un tasso di occupazione nel cratere sopra la media nazionale: la ricostruzione può diventare politica di sviluppo delle aree interne».
Amatrice come il Friuli?
«Il Friuli è un benchmark diverso. Dopo il sisma del ’76 la ricostruzione fu completata in 19 anni. Il cratere del Centro Italia comprende però quattro Regioni, dieci province, 138 Comuni e circa 8mila kmq: un territorio più esteso e complesso. Amatrice richiede attenzione perché il sisma ha colpito il tessuto urbano, sociale ed economico. Il Friuli insegna che ricostruire può significare anche rilanciare e modernizzare un territorio».
Prima le case e poi il resto?
«La casa resta il primo presidio della vita delle persone, ma non basta senza il contesto. Per questo si procede insieme su abitazioni, scuole, chiese, infrastrutture, opere pubbliche, attività produttive e servizi. La programmazione pubblica supera i 3.600 interventi per oltre 4,8 miliardi di euro. La priorità non è più prima le case e poi il resto, ma ricreare le condizioni perché una comunità torni a vivere».
Perché la ricostruzione resta lunga nonostante le tecnologie?
«Perché la tecnologia accelera, ma non cancella la complessità. Si interviene su centri storici, beni culturali, infrastrutture ed edifici spesso secolari, in territori fragili. Arquata del Tronto e Castelluccio di Norcia sono esempi di ricostruzione con tecniche antisismiche avanzate: circa 60 milioni di euro ciascuno; a Castelluccio, a 1.400 metri, sono previsti 360 isolatori sismici sotto la piastra del nuovo borgo. In montagna logistica e cantieri sono più difficili. La tecnologia serve anche a garantire sicurezza, legalità e trasparenza: il badge di cantiere, primo caso pilota nazionale, va in questa direzione».
La gestione straordinaria rischia di diventare routine?
«Il rischio esiste, ma la gestione straordinaria deve servire a tornare all’ordinarietà. La governance tra Stato, Regioni, Comuni e Uffici speciali consente di superare ostacoli e accelerare. L’obiettivo non è perpetuare l’eccezione, ma lasciare procedure efficienti, strumenti digitali, competenze e un modello utile al Paese. La lezione del 2016 è che ricostruire significa anche prevenire: una responsabilità permanente di Stato, tecnici, imprese e comunità».
