«Castronerie» da mettere «sotto inchiesta». È il trattamento che Francesca Albanese riserverebbe ad alcuni giornali - anche questo - che con la loro linea hanno raccontato il clamoroso fermo di Youssef Siher. È di nuovo il momento della stampa, dunque, per la relatrice Onu, che ieri ha presentato a New York l’ennesimo «rapporto» impreziosito dalla sobria definizione di «mediacidio», coniata per descrivere un fantomatico «assalto alla verità» (la sua, si presume) con cui i media - a suo avviso - non si sono limitati «ad accompagnare il genocidio», ma ne avrebbero «agevolato la realizzazione» ostacolando «l’accertamento delle responsabilità».
Questo il rapporto, al solito infarcito di fantasia ideologica e faziosità. Ma il giorno precedente, per restare in tema, la «rapporteur» come detto era tornata ad attaccare il giornali per i loro titoli sul trentenne che pm e inquirenti di vari apparati statali ritengono il responsabile del «movimento 17 ottobre», quindi il presunto ideologo di una strategia di destabilizzazione, e intimidazione e sovversione istituzionale che si richiama agli scontri di Milano.
Non si era sbracciata in condanne delle devastazioni di Milano, la relatrice Onu. Anzi aveva minimizzato, parlando di «vetrine rotte». E ha definito «scandaloso» il modo in cui tutti i quotidiani le hanno raccontate. Con il consueto equilibrio, aveva affermato che «la stessa strategia mediatica usata per coprire i crimini in Palestina» è stata usata per i cortei. «Dinanzi a proteste cariche di dolore - aveva scritto - si parla di vetrine rotte e si reprime ancora di più». Albanese la chiama «israelizzazione», questa immaginata terribile «repressione» che a suo avviso i giornali assecondano.
Che Albanese avesse qualche problemino con la (libertà di) stampa lo si era ipotizzato quando aveva auspicato che l’assalto alla redazione della Stampa fosse «un monito» per l’informazione. In questo caso, non è parsa preoccupata per devastazioni, saccheggi e ferimenti di agenti. Ma non le sono piaciuti i titoli di «prima» del Giornale e della Verità. «In un Paese civile tali castronerie non sarebbero permesse e un razzismo così spudorato sarebbe già sotto inchiesta» ha scritto ieri tra un incitamento a Lula e un «grazie» a Pedro Sanchez. In questo clima, intanto, domani a Milano, la «scrittrice e traduttrice» Cecilia Parodi (condannata in primo grado dopo gli insulti a Liliana Segre) è stata invitata, con un ideologo dell’islam politico come Davide Piccardo, a presentare il libro Diario di un martire dai tunnel di Gaza.
