La sinistra prova di nuovo a comprare i voti della Lega

Calderoli rivela: "Siamo stati contattati per avere i voti dei nostri senatori in appoggio a un altro governo". È la conferma che il Pd teme la caduta di Letta

La sinistra prova di nuovo a comprare i voti della Lega

La campagna acquisti per il governo del dopo-Letta è cominciata. Ed è a tutto campo. Roberto Calderoli ride ai piedi del Monviso, dove nasce il Po e Umberto Bossi con le sue truppe rilancia la Festa dei popoli padani. Ride Calderoli buttando la granata tra i piedi dei giornalisti: «Sono venuti a chiedermi i voti dei nostri senatori per un altro governo». Lo chiedono alla Lega Nord, un partito che ha fatto l'opposizione al governo Monti e pure a Enrico Letta, che non autorizza sospetti di «inciuci» e ribaltoni.

«Ho detto sì - ironizza l'ex ministro - se ci date il premier e qualche ministro importante... Ma va, non ci casco, sarebbe un tradimento dei nostri militanti. E poi mi vedete in consiglio dei ministri accanto alla Kyenge?».

È la conferma che il Pd si sta muovendo nella prospettiva che l'esecutivo possa cadere dopo la decadenza di Silvio Berlusconi al Senato. Gli sherpa degli accordi sottobanco sono al lavoro. Ma l'impresa di coagulare una maggioranza senza il Pdl appare disperata, se c'è bisogno di bussare dalle parti leghiste. E neppure al portone principale, quello del segretario Roberto Maroni, ma a un ingresso secondario, quello dei fedelissimi di Bossi.

L'ex ministro ha respinto la richiesta al mittente. «Al di là delle dichiarazioni che fanno sulla durata del governo e sulla sua stabilità - spiega - se sono venuti a chiedere i nostri voti, che al Senato sarebbero il numero perfetto per integrare una maggioranza a cui dovesse venir meno il Pdl, vuol dire che ci hanno già pensato e che lo stanno facendo anche con altri». Aggiunge Calderoli: «La campagna acquisti non c'è solo nel calciomercato, ma noi non siamo disponibili a sostenere nessun governo che in questo momento possa passare perché stanno massacrando di tasse il Paese e soprattutto il Nord».

Non è un «no» motivato dalla lealtà a Berlusconi e ai vecchi accordi. Lo stesso Senatur è scettico sul destino parlamentare del Cavaliere: «Berlusconi lo hanno già messo al muro, ma vediamo quando passa al Senato, poi vedremo», dice ai giornalisti che gli chiedono se Berlusconi debba dimettersi. Lo stesso Calderoli e un altro bossiano, il capogruppo al Senato Massimo Bitonci, dichiarano di volere il voto palese quando l'aula di Palazzo Madama dovrà decidere la decadenza di Berlusconi. E se cade Silvio, prevede Bossi, cade anche il governo: «Non mi pare che i parlamentari del Pdl potranno votare per i provvedimenti del governo. Diranno di sì, ma poi gli voteranno contro».

Ma alle sorgenti del Po si è parlato anche di Lega e dei guai interni. Come l'anno scorso, con il nuovo corso maroniano la Festa dei popoli padani è ridimensionata: niente prelievo dell'acqua sorgiva del Po con la «sacra ampolla», niente discesa in laguna, soltanto un comizio a Pian del Re e poi una gran mangiata alla baita di Pian della Regina. Segno comunque che Bossi e i suoi non sono scomparsi. Il Senatur, che è presidente del partito, non le ha mandate a dire a Maroni, bocciando entrambi i candidati alla segreteria indicati da Bobo, cioè Matteo Salvini e Flavio Tosi.

Il lombardo Salvini è stato liquidato così: «La qualità che deve avere il segretario deve essere quella di tenere insieme la Lega. Chiunque fa casino non va bene». Sul sindaco di Verona, Bossi ha invece scagliato una battutaccia volgare. Calderoli, rivolgendosi dal palco al pugno di militanti piemontesi arrivati sotto il Monviso con il governatore Roberto Cota, parlava delle minigonne troppo corte indossate da molte ragazze. Il «celodurista» Bossi gli ha rubato il microfono: «Le donne ti sono sempre piaciute, non dirmi che sei anche tu come Tosi...». E dunque? Bossi non ha escluso il ritorno: «Decidono i leghisti. Non si possono fare nomi; chi fa il segretario lo decide la gente che viene al congresso».

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