Trent'anni. Un'intera stagione politica. Un Paese che invecchia e si parla addosso fingendo di non vedere un'ombra che non smette di allungarsi. E la notizia è che viene archiviato Silvio Berlusconi, che ormai non può nemmeno godersela, archiviato rispetto alle accuse più infamanti, quelle che lo volevano mandante morale o materiale delle stragi di Capaci e via D'Amelio, insieme a Dell'Utri, sospesi in quelle migliaia di pagine come i sicari morali di Falcone e Borsellino. Archiviato non significa assolto in talk show, non significa santificato in piazza: significa che, per la giustizia, su quella pista non c'è sostanza per andare avanti. Punto. Non c'è mai stata. Anche se è rimasta lì, nel dibattito giudiziario e in quello politico, come fosse una verità. E la pagina pubblica, quella no, non si archivia mai. Perché nel frattempo qualcuno ha coperto, confuso, spostato l'attenzione. Depistato. Artefatto la realtà. Per far puntare lo sguardo dove faceva comodo a qualcuno. E qualcun altro - più furbo che coraggioso - ha costruito carriere, editoriali, comizi e identità intere sull'antiberlusconismo come religione civile. Come resistenza. Un «contro» permanente, comodo, automatico: se c'è lui, io sono puro. Se c'è lui, io non devo spiegare altro. Il risultato è che abbiamo avuto un colpevole ideale e una verità sempre rimandata. Una pista «buona» per dividere, una pista «vera» forse lasciata a secco di ossigeno, tra omissioni, pigrizie e tifo. O calcolo e interesse politico.
E adesso che quel capitolo si chiude, resta la domanda più scomoda: chi ci ha guadagnato dal rumore? E chi, invece, ha perso tempo, giustizia e memoria? Ma nessuno risponderà. Nessuno si scuserà. Nessuno ammetterà che è stato più bravo lui. A resistere, resistere, resistere.