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Toni, look e gesti: la metamorfosi di Elly per ambire a Chigi

La leader dem è sembrata meno spaesata, meno snob e più attenta all’aspetto

La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, durante la veglia civile per Emma Bonino in Campidoglio a Roma, 14 settembre 2026. ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

Si è presentata in tailleur e dentro sembrava anche esserci qualcuno. Una citazione inequivocabilmente meloniana e perfino un po’ berlusconiana, visto che si trattava di un doppiopetto blu. Lo ha lasciato sbottonato su una camicia azzurro spento, non un accostamento felice per una che ha fatto conoscere al mondo l’esistenza di una professione come quella dell’armocromista. Ma chi si ravvede va sempre incoraggiato. Domenica la segretaria del Pd, Elly Schlein, è salita sul palco a Reggio Emilia per candidarsi futura premier dismettendo quella sua aria intensamente riservata. È arrivata per parlare alla Festa dell’Unità con la grintosa volontà di non essere scavalcata dagli occhi della folla.

Mentre il suo, di sguardo, era ancora indeciso ma stavolta sembrava in cerca di una direzione. Dal punto di vista sostanziale ha detto che non parteciperà a un governo tecnico e, soprattutto, ha reagito agli affondi di Giuseppe Conte pronunciati qualche ora prima alla festa del il Fatto Quotidiano. Testardamente unitari un tubo, quindi. Che a essere testardi si finisce con l’essere ottusi. Elly ha deciso che restare ferma le pesa più che sbagliare strada. Ed è soprattutto dal punto di vista formale che ci siamo trovati davanti un’altra donna. Il look, il piglio, i gesti. Se n’è accorta anche la parte di platea che, a discorso finito, ha smesso di inneggiare a «Elly» e ha iniziato a fare il tifo per «Elena». Perché per cimentarsi contro Giorgia c’è bisogno, come minino, di un nome tutto intero e che suoni bianco, rosso e verde. La voce meno intellettualmente tremante, le occhiaie meno stanche, le mani ad accompagnare e ampliare i concetti, i capelli compatti che ricordavano meno l’economia di un Paese del terzo mondo: deboli e a ricrescita lenta. «Siamo noi la novità» spiegava al suo pubblico. Lei di certo.

Ha finto di sentirsi leader assoluta e nessuno ha interrotto la sua performance (giusto perché Conte aveva già finito di parlare altrove...). Ha abbandonato l’aria spaesata di un uccello che ha sbattuto contro le finestre e si è gettata nel convincimento delle masse. Un’ora-e-mezza-diciamo-un’ora-e-mezza di discorso senza farsi cogliere di sorpresa dalla realtà e aprendo il più possibile quel suo irregolare sorriso, di norma, sinistramente amaro. Un’ora e mezza di palco performando dall’inizio alla fine. Congedandosi da quel tratto snob che di norma le fa afferrare un concetto al volo per poi lasciarlo subito cadere.

Meno segretaria di partito, più candidata di Palazzo Chigi, meno identità alternativa, più linguaggio della leadership. Tuffata nel paradosso inevitabile di riconoscere implicitamente che il modello vincente è quello della sua avversaria e quindi dovendoselo declinare addosso. Perché forse ha capito che per cercare di battere Meloni deve smettere di essere l’anti-Meloni. E quindi Elly è diventata Elena, intanto. Si è rifatta la scocca, adesso tocca pensare al motore.

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