La trovata del governo per aiutare i lavoratori: imprenditori in carcere

La trovata del governo per aiutare i lavoratori: imprenditori in carcere

RomaSalario minimo per legge e galera per i datori che non lo rispettano. Enrico Morando, viceministro all'Economia, sceglie una strana platea per abbozzare una misura che è sicuramente di difficile realizzazione, ma rappresenta un segnale politico forte. «Si potrebbe fare alla svelta - ha spiegato al workshop Ambrosetti di Cernobbio - una legge sul salario minimo che preveda il carcere per i datori di lavoro che non la rispettano». Facile il confronto con misure recenti, ad esempio la progressiva depenalizzaione di reati minori, compreso lo spaccio di droghe leggere e l'immigrazione clandestina. La strada che l'esponente liberal dei Pd è il carcere per chi viola una prescrizione amministrativa. Nemmeno una legge, ma una fonte del diritto di livello inferiore quale è il contratto di lavoro.
La proposta è infatti stata presentata come una conseguenza dell'accordo sulla rappresentanza tra i sindacati e il rafforzamento del salario della produttività. Il contratto nazionale perde molte delle sue funzioni che passano a quello aziendale o territoriale. Ma, nella versione di Morando e quindi del governo Renzi, resta la determinazione del salario minimo, da fare rispettare a tutti i costi. Anche con la minaccia del carcere per chi non lo rispetta. Proposta dal valore più simbolico che pratico, che sembra molto un tentativo di accontentare chi, come una parte della Cgil, non vede di buon occhio l'indebolimento del contratto nazionale.
Nonostante tutto, la platea del Workshop Ambrosetti, composta principalmente imprenditori e banchieri, ha dato fiducia al governo Renzi. Da un sondaggio interno tra un centinaio di partecipanti, il 59% ha un'opinione favorevole dell'esecutivo guidato dal segretario Pd, con il 44% che esprime un giudizio positivo e il 15% molto positivo. Il 24% si dice neutrale e l'8,5% sfavorevole, diviso in un 5% dal voto negativo e in limitato 3,5% fortemente negativo (terrible in inglese).
Non è la prima volta che il workshop Ambrosetti dà fiducia ai premier appena insediati. Ma il governo Renzi, a sentire Morando, punta sui tempi lunghi. Se riuscirà la revisione della spesa, «dopo il 2018» ci sarà «una seconda tornata di governo caratterizzata da questa leadership» che sarà «in grado di realizzare in Italia quel lungo ciclo di governo riformista che gli altri Paesi europei hanno conosciuto e che invece l'Italia non ha mai nemmeno avvicinato».
Intanto, dalle imprese arrivano altri segnali negativi, in particolare sull'accesso a finanziamenti. Le aziende italiane che ottengono prestiti, ha calcolato l'Osservatorio Credito Confcommercio (Occ), sono solo il 2,6% del totale. In sostanza ogni mille imprese, le banche ne aiutano solo 26. Un dato che ci riporta al 2009, anno della crisi finanziaria globale.
Nell'ultimo trimestre del 2013, secondo Confcommercio, è cresciuto il numero di imprese che sono riuscite a fronteggiare il proprio fabbisogno finanziario (+8% rispetto al trimestre precedente). Ma più della metà del campione (il 51,5%) non ce l'ha fatta. Nel senso che non è riuscita a compensare la mancanza di credito da parte delle banche. Sempre meno imprenditori decidono comunque di rivolgersi agli istituti di credito: solo uno su dieci. E tra quelli che lo fanno, solo il 23,8% ottiene il finanziamento (era il 26% nel trimestre precedente).
A fine 2013 è anche cresciuta quella che in gergo tecnico si chiama «area di irrigidimento», vale a dire la somma della quota di imprese che si sono viste accordare un credito inferiore rispetto a quello richiesto e di quelle che non se lo sono viste accordare affatto: il 52,3% delle imprese contro il 49,1% del trimestre precedente.
Il credit crunch, insomma, non è un problema in via di soluzione, almeno in Italia. In alcune aree, in particolare per gli imprenditori del Mezzogiorno, l'assenza di totale di finanziamenti è la norma.

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