L’inchiesta evidentemente ha colpito nel segno, perché Roberto Vannacci ha risposto. Non ai singoli punti sollevati da Il Giornale, però. Ha scelto ancora una volta il terreno che gli è più congeniale: quello dell’attacco a chi li solleva.
In un post su Facebook, il leader di Futuro Nazionale se l’è presa con il vicedirettore Lirio Abbate e con la prima puntata dell’inchiesta sui conti che non tornano sui finanziamenti e sulla rete costruita attorno al suo partito. «Il titolo accusa, l’articolo insinua, i fatti non dimostrano nulla», ha scritto il “generale super fetecchia”. Poi la conclusione: «Continuate pure a dedicarci prime pagine, inchieste e titoli scandalistici. Ogni vostro attacco vale più di mille manifesti. Noi restiamo trasparenti. Voi restate ossessionati. Ci vediamo al prossimo sondaggio».
È una risposta che prova ad arrampicarsi sugli specchi. Una risposta politica. E infatti parla di sondaggi. Non è una risposta ai fatti documentati.
Perché l’inchiesta non sostiene che Vannacci abbia commesso reati, né pretende di sostituire una redazione ad investigatori o magistrati. Il giornalismo ha un altro mestiere: raccogliere documenti, incrociare informazioni, verificare ciò che il potere, anche quello che aspira a diventarlo, racconta di se stesso e rendere pubbliche le contraddizioni che hanno rilevanza politica e sociale. È precisamente ciò che è stato fatto.
Vannacci rivendica la propria trasparenza. È dunque sulla trasparenza che va misurato. E la trasparenza dei finanziamenti politici non consiste nel mettere online un elenco e pretendere che il controllo finisca lì. Comincia proprio da quell’elenco. Significa poter capire chi versa il denaro, quanto ne versa, quando lo versa e sotto quale forma. Se, incrociando i registri, le date della stessa operazione non coincidono, se un contributo in servizi cambia classificazione tra chi lo eroga e chi lo riceve, se una donazione da 40 mila euro viene attribuita a una società che con quella denominazione non trova riscontro nel Registro delle imprese, il compito di un giornale non è voltarsi dall’altra parte. È chiedere conto di quelle discrepanze.
Possono avere tutte una spiegazione. La dia. Sarebbe la risposta più semplice e, soprattutto, la più trasparente.
Vannacci preferisce invece trasformare il controllo in un attacco e chi controlla in un ossessionato. È un meccanismo che conosciamo già nella sua narrazione pubblica: la contraddizione diventa persecuzione, la verifica diventa insinuazione, la domanda diventa ostilità. In questo modo il generale può continuare a occupare il posto che politicamente gli rende di più, quello dell’uomo assediato dal sistema.
C’è però una differenza che vale la pena ricordargli. Un politico non sceglie quali domande siano legittime sulla propria trasparenza. Deve rispondere a quelle che i fatti rendono necessarie. E più pretende di governare, più alto diventa il prezzo della trasparenza che gli viene richiesta.
I sondaggi, che Vannacci evoca con soddisfazione, misurano il consenso. Il giornalismo misura la distanza fra ciò che un politico racconta e ciò che i documenti consentono di verificare. Sono due mestieri diversi. Ed è precisamente per questo che continueremo a fare il nostro. Domani la seconda puntata dell’inchiesta.
