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Voce critica condannata per principio

La sentenza su Sgarbi consegna alla discussione pubblica una verità semplice: un intellettuale prestato alla politica non è tenuto, per il solo fatto di avere assunto un incarico pubblico, ad abdicare alla propria natura intellettuale

La "lezione" di Sgarbi fra arte, esistenza e affetto del pubblico

Per assolvere Sgarbi, alla fine, è bastato ciò che dovrebbe bastare sempre: la giustizia. Non il consenso, non la reputazione, non il giudizio del salotto tv. Una sentenza ha ricordato che persino un personaggio che divide, provoca e irrita resta un cittadino e non un imputato perenne. La sentenza su Sgarbi consegna alla discussione pubblica una verità semplice: un intellettuale prestato alla politica non è tenuto, per il solo fatto di avere assunto un incarico pubblico, ad abdicare alla propria natura intellettuale. Sgarbi può piacere o non piacere. Può essere eccentrico, polemico, persino insopportabile. Ma nessuno di questi tratti costituisce una categoria giuridica. La giustizia non è chiamata a giudicare il personaggio che abbiamo costruito intorno a un uomo, bensì fatti, responsabilità e prove. Il diritto ha rimesso ordine dove il circuito mediatico tende a confondere il giudizio morale con quello giudiziario. Per decreto dei giudici torna a essere sancito un principio: non si condanna una reputazione perché non ci piace, né si trasforma un racconto in una sentenza. Report e Il Fatto Quotidiano continueranno a raccontare Sgarbi a modo loro: il racconto può essere militante, la giustizia no. La politica non è una procedura di sterilizzazione della cultura. Chi entra nella cosa pubblica porta con sé il proprio sapere, le proprie ossessioni, perfino la propria scomodità. Pretendere che, per diventare politico, un intellettuale debba smettere di essere intellettuale significa concepire la politica come una zona franca della competenza e del pensiero. Anche per questo ci piacerebbe che tornasse a mettere a disposizione della vita pubblica quella voce irregolare, colta e provocatoria che ha rappresentato un pezzo non irrilevante della scena culturale italiana. Non perché una sentenza debba trasformarsi in un’investitura ma perché una società libera deve saper distinguere tra il dissenso che un personaggio suscita e il diritto che gli appartiene.

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