Mentre la sinistra ideologica italiana lotta per mantenere il velo delle donne islamiche, loro lottano per essere libere di toglierlo. La differenza è enorme, il filo è sottile ma se da una parte si combatte per la vera integrazione, dall’altra si combatte per ottenere i voti di una comunità in aumento, di cui a sinistra hanno disperatamente bisogno per sperare di accrescere il consenso. Fatima Mochrik è una donna marocchina, arrivata in Italia alla fine degli Ottanta, che ha ottenuto la cittadinanza nel nostro Paese e che lavora come sindacalista ma opera anche nelle associazioni che si battono contro la violenza sulle donne straniere.
Lei non porta il velo così come le sue quattro sorelle e in un’intervista concessa a QN sottolinea, mandando all’aria tutta la narrazione che la sinistra cerca di portare avanti, che “coprire il viso oggi rappresenta un problema di sicurezza”. Un tema che il centrodestra continua a ribadire insieme alla necessità di liberare le donne dal giogo del patriarcato islamico, perché il velo è anche una forma di segregazione, come spiega Mochrik, che l’ha capito “anche nella mia esperienza da sindacalista. Aggiungo: gli stessi mariti di quelle donne spesso non parlano italiano. Da parte loro ho sempre incontrato una grande resistenza”. Infatti, continua la donna nel suo racconto, “quando arrivava in ufficio un musulmano per il rinnovo del permesso di soggiorno della moglie, vedendo il nome di una donna che non era davanti a me chiedevo sempre: ma perché lei non è qui? La risposta era quasi violenta, che cosa t’interessa, fai il tuo lavoro”.
Quell’uomo, prosegue Mochrik, “mi giudicava perché ero una donna e non indossavo il velo. Questa scena si è ripetuta tantissime volte, nel corso di una decina d’anni”. Mochrik ha vissuto un islam aperto, tollerante, senza costrizioni: si è diplomata nelle casti miste in Marocco, ha frequentato le moschee così come le sinagoge e le chiese e sottolinea che suo padre “ha cresciuto noi sette figli, 5 femmine e 2 maschi, con il principio della responsabilità verso se stessi ma anche verso gli altri”. Per lei, “quando scelgo di arrivare in un Paese, devo rispettare le leggi, parlare la lingua e comportarmi in modo adeguato. Dall’altra parte, il Paese che mi accoglie deve darmi tutte le possibilità per potermi inserire al meglio”.
Le lezioni di italiano sono gratuite ma “purtroppo nessuno le frequenta. Ci si scontra contro un muro, si mette avanti sempre la scusa dei bambini piccoli. Allora magari si prova a portare le donne fuori casa proponendo un corso di cucina, un altro modo per socializzare”. Questo perché, sottolinea nell’intervista, “una donna che sa parlare e conosce i suoi diritti diventa un rischio per loro, invece se è nascosta la puoi usare come vuoi”.
