«Io, salvato da quelle case costruite dopo il sisma del ’15»

Sovente abbiamo letto analogismi efferati, tipo che Umberto Bossi sarebbe il nuovo Hitler o che Berlusconi si staglierebbe con una camicia più nera di quella di Mussolini.
Non sono paragoni che fanno piacere, benché per l'ex direttore e gran giornalista dell'Avanti! qualche importante e onesta eccezione bisogna pur farla. Benito fu certamente il male assoluto, come direbbe Gianfranco Fini, riguardo alle leggi razziali, ma non sarebbe giusto dimenticare il buono che realizzò per donna Italia.
Berlusconi è accusato di tutto, in primo luogo di esistere, quindi di essere così fascista d'aver di fatto abrogato la libertà di stampa, nonostante che tutti, cani e porci compresi, gli sputino addosso a mezzo stampa, radio, tv, Rai, Mediaset e Sky.
Che vogliono di più, visto che la libertà di insulto è garantita a tutti? Forse pretendono di poterlo eliminare, ammazzandolo in quanto fascista, la qualcosa, un tempo, tra gli attuali simpatizzanti di Fini, pare non configurasse reato.
Ebbene, oso affermare che, per certi versi, il paragone con Mussolini fa, invece, onore e rende merito a Berlusconi. Non affastello giudizi storiografici, limitandomi a raccontare una scoperta - non si finisce mai d'imparare - che ho fatto poche ore fa. Dopo tanti anni di assenza, sono tornato a San Pelino, piccolo centro contiguo ad Avezzano, sia pure con vernacolo diverso e specifico, rivedendo e riabbracciando tanti amici incanutiti, classi di ferro, prima e dopo il 1943. Ho vissuto momenti di struggente amarcord, perché là, credo unico ebreo romano e anche abruzzese d'Italia, a San Pelino, vissi cinque mesi all'anno, dal 1944 al 1961: da bambino, da ragazzetto, da adolescente.
Là, ho conosciuto e sperimentato il duro lavoro dell'agricoltore e del bracciante, diventando uomo grazie al sudore del Fucino; là, ho fatto a cazzotti, per ragioni di campanile, con i paternesi e con i celanesi; là, ho palpitato per le prime fidanzatine, scartocciando con loro marrocche, alias granturco; là, infine, la sublime scoperta del sesso.
Ho visitato anche la casetta, dove abitavo con nonna Geneviève Corbi, nonno Armando Di Bernardo, gli zii Orfeo, Maria e Loreta, tutti morti, purtroppo, come mia madre Daria, mio padre Mario e financo la mia prima fidanzatina, Luciana Collacciani, defunta pure lei, bionda, con coda di cavallo, più fascinosa di Brigitte Bardot (nella Marsica, le fanciulle erano, spero lo siano ancora, bianche e rosse come mele, splendide all'occhio, belle e buone, anzi bone, anche fuori, non solo dentro). Mi ha consolato sapere che Rita, Angelica e Vincenzina, cento volte meglio di Gina Lollobrigida, sono ancora vive.
Un'intermittenza del cuore alla Proust, rivedendo l'abitazione d'allora, rimasta, più o meno, tale e quale, mi ha fatto rammentare un avvertimento sibillino della nonna, quando arrivavano le scosse - la zona di Avezzano è come e peggio dell'Aquila in quanto a movimenti tellurici: «Gianca' rimani tranquillo dentro casa e dormi, che qui stiamo più che sicuri». Mi suonava singolare quella rassicurazione, visto che, da quando mondo è mondo, è norma scappare dalle mura domestiche, ogni volta che la terra ruggisce.
Grazie alla rimpatriata a San Pelino, ho scoperto che nonna diceva il vero, visto che abitavamo nelle case antisismiche fatte edificare da Benito Mussolini, tra gli anni Venti e Trenta. Migliaia di scosse, da allora sino a oggi - la zona è catalogata al rischio massimo, col numero 1; mentre l'Aquila è classificata solo col numero 2 - e neppure una piccola crepa in queste costruzioni mirabili, direi da antologia della sicurezza, così come la scuola elementare «Aulo Iacovitti», struttura architettonica di pregio e antisismica, che da oltre settant'anni regge a qualsivoglia assalto della Natura Matrigna.
Che dire? Silvio come Benito? Per quanto riguarda l'Abruzzo non solo è vero, ma suona come complimento. Mussolini, colpito emotivamente dai 30mila morti del 13 gennaio 1915, ore 7 e 53, terremoto di magnitudo XI della scala Mercalli nell'epicentro nella piana del Fucino, con successive mille e più scosse di intensità intorno al VII grado, non lesinò, una volta al governo, gli interventi urgenti, per mettere in sicurezza le abitazioni dei centri colpiti, in primis Avezzano e San Pelino.
Insomma, il Duce - mi dispiace per quanti stoltamente lo considerano male assoluto full time - fece per l'Abruzzo colpito dal terremoto le stesse cose che, con la mente e col cuore, ha fatto e sta facendo re Silvio.
Se Plutarco fosse ancora vivo aggiungerebbe alle sue famose vite parallele il capitolo «Benito Mussolini e Silvio Berlusconi».
Non sarebbe un insulto, bensì una lode.