L’intervento I veri ricchi la fanno sempre franca E a pagare è il ceto medio

Mentre si sta varando la legge finanziaria, con la consueta richiesta demagogica delle sinistre e delle lobbies di aumentare le spese e ridurre le imposte, salvo quelle sul ceto medio, ecco i dati delle dichiarazioni dei redditi del 2008, riferiti al 2007, anno di boom, che mostrano come sia piccola la schiera dei ricchi, in Italia, per il fisco. Solo 75.689 con più di 200mila euro lordi annui, lo 0,18% dei 41 milioni di contribuenti. Questi dati mostrano l’ipocrisia di chi vorrebbe ora, come Carlo De Benedetti, un’imposta patrimoniale che finirebbe a gravare non sui ricchi, ma sul ceto medio, dato che i veri abbienti in Italia sono molto spesso bene imboscati e dal loro bosco reclamano più tasse, per gli altri, che si trovano alla luce del sole.
Il commento di questi dati del Corriere della Sera mostra un’altra ipocrisia, quella per cui bisogna compiangere il fatto che dei 75.689 contribuenti con più di 200mila euro, 43mila sono lavoratori dipendenti mentre 18.800 sono pensionati e 20mila professionisti, mentre gli imprenditori di ditte individuali sono solo 6.253. Infatti, questi «lavoratori dipendenti» con oltre 200mila euro di reddito annuo sono alti dirigenti. Spesso i capi delle grandi imprese che le controllano non compaiono nelle dichiarazioni dei redditi con i loro veri proventi, ma con lo stipendio che si auto liquidano nell’impresa. A me accadde, nel 1979, di presentare a Torino una dichiarazione dei redditi, di docente universitario e collaboratore di giornali, che risultava superiore a quella di Gianni Agnelli che denunciava il suo stipendio Fiat. Allora si usava pubblicare sui giornali l’elenco dei contribuenti e quindi il fatto che io superassi il maggior azionista della Fiat fece scalpore.
Sarebbe interessante conoscere il reddito di lavoro dei principali banchieri italiani e quello che denunciano i nostri grandi finanzieri, che spesso sostengono la necessità di aumentare le imposte sui ricchi. Un discorso analogo vale per i 18.800 pensionati, che dichiarano più di 200mila euro annui. Da dove derivano tali pensioni e con quanti anni di servizio sono state accumulate? Quando si discute del pubblico impiego e del rinnovo dei contratti che lo riguardano, sarebbe opportuno cercare di capire come si distribuiscono i compensi. Non solo dello Stato, ma anche delle Regioni e degli enti locali e dei relativi enti. Per altro l’esiguità del numero di imprenditori che dichiarano più di 200mila euro annui è, comunque, una anomalia.
Uno spicchio di tale anomalia emerge considerando che sulle 920mila società di capitali che hanno fatto la dichiarazione dei redditi per il 2007 ben 420mila, quasi la metà, erano ufficialmente in perdita. È probabile che questi bilanci fiscali non siano veri perché i costi sono gonfiati da spese personali che non andrebbero detratte, in quanto sono spese di consumo di coloro che controllano queste imprese, mentre i ricavi sono sotto valutati, con evasioni dell’Iva. Questa sembra sia il 40% circa del gettito teorico. Il che vuole dire che su 100 di fatturato, ne compare per il fisco solo 60. Ma i controlli dei bilanci delle società sono scarsi, perché il personale fiscale addetto ai controlli è scarso e negli uffici periferici mancano adeguate attrezzature informatiche. Il personale tributario passa gran parte del tempo a studiare le novità fiscali che si susseguono e manca il tempo per le verifiche.
Ma probabilmente il maggior buco nero nelle dichiarazioni dei redditi dei ricchi non sta nei bilanci delle imprese tassate in Italia. Molti si imboscano all’estero con società estere nei paradisi fiscali. Il ministro Giulio Tremonti sta passando al setaccio parecchie decine di migliaia di nominativi, che potrebbero far parte di questi evasori. Lo scudo fiscale per il rientro dei capitali fa parte di questa strategia. Si consente al contribuente di chiudere il passato con una sanatoria che comporta un certo costo e di mettersi in regola per il futuro, avvertendolo che le indagini sui paradisi fiscali sono in corso e saranno continuate. Comunque, c’è un problema etico di cui si devono fare carico coloro che si dicono rappresentanti delle élite italiane.
Prima di proporre nuove imposte su chi già paga, chiedano alle proprie élites, composte di alti dirigenti, grandi manager, capitani della finanza e dell’impresa, professionisti che li consigliano e li difendono, urbanisti, architetti, che stanno spesso a sinistra di fare il loro dovere fiscale. Solo dopo si può pretendere di stabilire riduzioni di imposte per il lavoro con aumenti di aliquote sui ceti medi per finanziarle. Ma allora non ce ne sarà più bisogno.

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