LA LETTERA/ Mi pento di averlo difeso: sta sprofondando nel "follinismo"

Caro Vittorio,
mi debbo ricredere e chiederti scusa. Avevi ragione tu. Ti avevo criticato per l'attacco a Gianfranco Fini. Anzi, avevo difeso a spada tratta il presidente della mia Camera bassa, come incarnazione della volonté générale laico-risorgimentale contro ogni appecoronamento al potere temporale di ritorno. A Gubbio, Fini ha purtroppo accozzato, in un solo discorso, una serie impressionante di insensatezze, che si spiegano soltanto con la depressione, madre di tutti gli insani gesti.

Non ha, infatti, lanciato fertili temi di discussione, avendo scelto bensì di provocare, sfasciare, concorrere con altri a indebolire la leadership di Berlusconi. Il mio caro Gianfranco fa lo struzzo e finge di non sapere che, senza Silvio e senza Umberto, avrà sì un grande futuro, ma sulle panchine dei giardinetti pubblici a conteggiare gli atterraggi dei piccioni.

S'è inventato di tutto, addirittura l'italianità, a prova di... bomba, per gli immigrati pakistani hockeisti, senza neppure riflettere un attimo sulla ferocia degli attentati londinesi, dove cittadini inglesi di terza generazione, ma islamici pakistani, ritennero sacrosanta e doverosa la strage, attentando alla vita dei loro fratelli connazionali, anglicani e no, in nome della Guerra Santa contro gli infedeli, cioè contro la maggioranza dei concittadini britannici. I pakistani italiani – l'abbiamo pur patita, piangendo e inorridendo la loro incapacità di integrarsi, non all'italianità, ma alla civiltà – ammazzano le loro figlie adolescenti sol perché fidanzate con ragazzi non islamici. Le sgozzano in perfetta «buona» fede – Gianfranco, lo sai o fai lo gnorri? – convinti di agire bene, basta che depositino i cadaveri con la faccia rivolta verso la Mecca.

Mi ha davvero mandato in bestia, inoltre, l'intimazione di Gianfranco a Berlusconi, a proposito di un necessario «cambio di marcia». In qual modo dovrebbe correggersi Silvio, uno dei pochi che fa, perché sa? Dovrebbe smettere di affrontare e risolvere i problemi di Napoli, del Meridione, delle nostre imprese, della azienda Italia, magari sospendendo l’assegnazione delle abitazioni chiavi in mano, con tanto di mobilia nuova, agli abruzzesi, per mettersi a cazzeggiare in quel politichese-repubblichese che tanto piace a chi non sa e perciò pretende di insegnare?

Anche Follini era solito intimare cambi di marcia, eppure nessun proprietario di appartamento avrebbe mai consegnato a Follini l’amministrazione del proprio condominio; così, come oggi, temo, possa accadere a Gianfranco, il quale, invece di continuare a librarsi alto sui principi laico-liberali, rischia di scivolare nello sprofondo sterile del follinismo.

Fini, querulo peggio di Boffo, lamenta: «Su di me stillicidio indegno». Perché mai sarebbe indegno il rosario di critiche, visto che partono dalla sua stessa base, non dalla sua piccola, compatta, interessata nomenklatura?

La colpa, a dirla tutta, è soltanto sua, perché Gianfranco avrebbe dovuto spiegare in lungo e in largo al suo popolo già neofascista le proprie evoluzioni, quand'anche encomiabili e condivisibili, senza passare tout court, manco una parola di spiegazioni, dalla definizione di Mussolini come «il più grande statista del Novecento» a quella del fascismo «Male assoluto», che, peraltro, anche per me, antifascista totale, suona come giudizio avventato e storicamente sbagliato.

Tuttavia, la sortita più imperdonabile, quasi una canagliata, riguarda l'aver raccattato il peggiore conformismo comunista e cattocomunista dell'antimafia militante contro Berlusconi, Dell'Utri e Forza Italia, sparando nientemeno l'esortazione a un presunto «dovere del Pdl di accertare la verità sulle stragi di mafia». È ovvio che quel dovere sarebbe spettato alla magistratura, che fin qui, proprio perché ha inseguito teoremi, ha sempre fallito.

In tal modo, però, Fini ha fatto proprie acriticamente le novità, si fa per dire, emergenti dalle dichiarazioni-supposizioni di Ciancimino junior, grande riciclatore di soldi mafiosi, che spera oggi di recuperare, delineando scenari fantasiosi che tanto piacciono ai comunisti dell'antimafia.

Il presidente della Camera certamente sa, benché finga il contrario, che sulle stragi di Capaci e via d'Amelio esiste una pista alternativa, scomoda e perciò mai davvero compulsata, quella della mafia russa in accordo con quella italiana e le cooperative rosse siciliane, per il riciclaggio in Italia dei miliardi di dollari dell’improvvisamente sparito tesoro del Pcus. Fini poteva almeno farne cenno, evitando così l’impressione sgradevolissima di una vigliaccata ai danni di Silvio Berlusconi.

Giancarlo Lehner
deputato Pdl