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Letteratura

A sangue fresco

Un libro sulla incredibile vicenda di Jeffrey MacDonald, l’ex berretto verde che sterminò la famiglia e fu beffato dal giornalista che avrebbe dovuto riabilitarlo e salvarlo. Ma lo fece a pezzi, memore di Capote

Nel febbraio del 1970 un giovane capitano-medico dei Berretti verdi, Jeffrey MacDonald, venne accusato dell’omicidio della moglie Colette, allora incinta, e delle loro due bambine, Kimberly, 5 anni, e Kristen, due anni e mezzo. Si trattava di una strage efferata, a colpi di bastone e di coltello, e il fatto che soltanto lui si fosse salvato da quella che la difesa di MacDonald sosteneva essere un’aggressione da parte di ignoti, suscitava perplessità. Jeffrey aveva riportato ferite superficiali ed era stato ritrovato svenuto sul pavimento, non c’era alcun riscontro quanto a ipotetici assassini, fatta salva la testimonianza dello stesso MacDonald; «Tre uomini armati di bastoni e pugnali, e una donna dai capelli lunghi, con una candela in mano, che salmodiava l’Acido è figo e Ammazza i porci». Anche le armi usate per quella mattanza non vennero trovate.

In quanto ufficiale, MacDonald venne giudicato da un tribunale militare, che lo mandò assolto. Nell’autunno di quello stesso anno, fu ospite di un programma televisivo, il Dick Kavett Show, dove non solo accusò le autorità militari di averlo incolpato ingiustamente, ma ne sottolineò anche incompetenza e stupidità. Tutto questo inframmezzato da battute, risate e commenti con il conduttore. Il meno che si possa dire è che il suo esibizionismo e il suo narcisismo fossero di gran lunga superiori al dolore provato per quelle quattro povere vite distrutte.

Come che sia, quello show innervosì le autorità militari che si diedero da fare per istruire un nuovo processo, ma nel frattempo MacDonald aveva lasciato l’esercito, si era trasferito in California, era divenuto il responsabile medico del pronto soccorso del St Mary Hospital di Long Beach. Non si era risposato, né rifatto una famiglia, questo no, ma si era rifatto una vita: una barca, molti amici, una esistenza abbronzata in puro stile californiano.

Il patrigno della moglie assassinata, Alfred Kassab, non era però rimasto soddisfatto di come quel primo processo fosse andato, e aveva fatto pressioni sul Dipartimento di giustizia per una riapertura delle indagini che il nuovo status di civile di MacDonald ora facilitava. Così, a nove anni di distanza questi si trovò di nuovo sul banco degli imputati e il suo essere divenuto un medico molto conosciuto e stimato diede il via a una serie di iniziative per supportarlo economicamente in quella che, per gli standard giuridico-legali americani, sarebbe stata una causa lunga e costosa. Ci furono collette, cene di beneficenza e, su consiglio del suo avvocato, MacDonald accettò l’idea di trovare uno scrittore disposto non solo a scrivere un libro sulla sua vicenda umana e giudiziaria, ma a condividerne sia l’anticipo sia i diritti d’autore: settanta a te che scrivi, trenta a me che ti racconto.

Non era una prassi usuale, ma Joe McGinnis, giornalista che la accettò, era un giornalista particolare. Più o meno coetaneo di MacDonald, all’epoca in cui questi veniva processato aveva scritto un bestseller, Come si vende un presidente, in pratica un dietro le quinte della campagna presidenziale Nixon-Humphrey. Dopo però la sua carriera era stata un susseguirsi di insuccessi. Aveva bisogno di soldi, aveva bisogno di una storia e, pur non avendo mai praticato il cosiddetto true crime, sapeva benissimo che grazie a Truman Capote e al suo A sangue freddo, quello era divenuto il modo migliore per scalare le classifiche. Capote si era fermato a 400 pagine, lui ne scriverà più di seicento. Non era però Capote e Macdonald non era né Hickock né Smith, i due eroi della strage resa famosa in A sangue freddo.

McGinnis si mise dunque al lavoro, finse di credere all’innocenza di MacDonald, entrò con lui in rapporti di amicizia, quell’amicizia tipicamente americana fatta di baseball, birre, freccette e giudizi sulle tette delle ragazze, instaurò una corrispondenza che continuò anche dopo la condanna all’ergastolo di McDonald in quel primo processo, gli assicurò sempre la sua solidarietà e finalmente, tre anni dopo, pubblicò il libro, Fatal Vision, dove MacDonald veniva fatto a pezzi: assassino psicopatico e narcisista, omosessuale represso Per tutta risposta, e aggrappandosi a una clausola editoriale che garantiva sì la liberatoria da ogni azione legale, «posto però che l’essenziale integrità della storia della mia vita venga mantenuta», Mac Donald accusò McGinnis di frode e lo trascinò in tribunale.

Il giornalista e l’assassino, di Janet Malcolm (Adelphi, traduzione di Enzo d’Antonio, pagg. 170, euro 19) è il racconto di questo scontro, di ciò che c’era stato prima di ciò che ci sarà dopo, e il fatto che la Malcolm, all’epoca firma del New Yorker, fosse stata a suo tempo coinvolta in una causa milionaria per diffamazione, aggiunge ulteriore interesse alla vicenda.

Naturalmente, il confine fra diritto di cronaca, sacralità dell’informazione, diritto alla menzogna in nome della libertà di stampa, utilizzo improprio delle informazioni, violazione della privacy, difesa della persona e della sua dignità, è difficile da indicare e significa entrare in un campo minato dove retorica e trombonismo la fanno da padroni. E va detto che in questo libro la componente di narcisismo, ovvero il compiaciuto protagonismo di sé stessi, della propria unicità, unisce non solo il giornalista e l’assassino, ma anche l’autrice.

Il tono più giusto lo trova Emmanuel Carrère, a cui si deve la postfazione del libro, quando nota che non necessariamente, come sembra pensare la Malcolm, la relazione fra un autore di non fiction e il protagonista della storia da lui raccordata sia «per natura disonesta» e che non ci sia nulla da fare al riguardo. Per Carrère esiste un limite che è quello «tra gli autori che credono di essere al di sopra di ciò che raccontano e quelli che accettano la scomoda idea di essere parte in causa. Stabilire un rapporto onesto non soltanto con il protagonista del libro ma anche con il lettore richiede un grande lavoro ed è anzi il lavoro più importante e difficile in questo genere di opere».

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