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Il futuro di Zitelmann, dove la bellezza è un’ingiustizia sociale

L'invidia, nella società immaginata da Zitelmann, non viene più riconosciuta come un vizio umano. Viene nobilitata, organizzata, trasformata in teoria politica

Il futuro di Zitelmann, dove la bellezza è un’ingiustizia sociale

Immaginate di trovarvi a cinquant'anni di distanza da oggi. Il benessere è aumentato, le diseguaglianze economiche sono residuali perché tutti hanno abbastanza per vivere bene e soddisfare i propri desideri. Praticamente il migliore dei mondi possibili. Tuttavia, resistono forme di disuguaglianza intollerabili per i fanatici dell'egualitarismo, ossia per quella pozza nera del cuore umano che non sopporta la meravigliosa diversità tra individuo e individuo e vuole livellare ogni singolo aspetto dell'esistenza. In questa prospettiva, inquietante ma non irrealistica, si situa il romanzo distopico di Rainer Zitelmann 2075. Quando la bellezza divenne un crimine (Liberilibri). Anche in un mondo nel quale tutto sembra andare per il meglio, l'ossessione egualitarista può generare esiti politici catastrofici, inventando nuove forme di «diseguaglianza», come quella che fa da motore al romanzo di Zitelmann: la disuguaglianza ottica!

La protagonista, Alexa, è giovane, ambiziosa e molto bella. In una società sana, la sua bellezza sarebbe considerata una fortuna della natura. Susciterebbe ammirazione, desiderio, perfino invidia. Ma l'invidia, nella società immaginata da Zitelmann, non viene più riconosciuta come un vizio umano. Viene nobilitata, organizzata, trasformata in teoria politica. Nasce così il Movimento per la Giustizia Ottica, il MOVE, secondo il quale le persone belle godrebbero di vantaggi immeritati nel lavoro, nell'università e nelle relazioni sentimentali. Il loro aspetto costituirebbe una forma di privilegio, un capitale ricevuto senza merito e dunque da correggere. La bellezza non è più un dono, è un'ingiustizia da sanare politicamente. Come sempre accade, tutto comincia nelle università. Prima arrivano i seminari, il linguaggio specialistico, gli studi sui privilegi, poi le campagne mediatiche, le intimidazioni, le richieste di autocritica. Infine arriva la politica. Il MOVE sostiene che la bellezza sia una costruzione sociale, una merce prodotta dal capitalismo e imposta dai potenti per discriminare chi non corrisponde ai canoni dominanti. Il suo slogan è tanto ridicolo quanto perfetto: «Il bello è brutto».

È facile sorridere. Ma il merito del romanzo consiste nel mostrare quanto rapidamente una sciocchezza possa cessare di essere innocua. Il Partito della Giustizia fa proprie le rivendicazioni degli attivisti. Si comincia a parlare di tasse sulla bellezza, di quote per limitare l'accesso delle donne più attraenti alle università, poi la discriminazione diventa coercizione. Si impongono interventi chirurgici per cancellare il «bonus bellezza». Interventi che vengono ribattezzati Terapia di Ottimizzazione Ottica. Il potere non presenta mai la violenza come violenza. La chiama cura, riequilibrio, inclusione. Non mutila, corregge un privilegio. Non perseguita un individuo, rimuove un'ingiustizia.

Per conoscere il seguito, dovrete

leggere il libro. Basta aggiungere che la distopia di Zitelmann fa capire come la «bestia egalitaria» è sempre affamata, alla continua ricerca di nuove sorgenti di invidia, di «diseguaglianza», con cui alimentare se stessa.

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