Infinite disgrazie, ma una vita senza fine. È l’oroscopo singolare che accoglie i primi vagiti di Pier Francesco Orsini, detto «Vicino», futuro duca di Bomarzo, terra di fantasmi etruschi alle porte di Roma. Siamo nel pieno del Cinquecento e il giovane Pier Francesco è bullizzato crudelmente dai fratelli e, soprattutto, disprezzato dal padre. Il fatto è che la prima di quelle disgrazie infinite pronosticate dall’astrologo è un aspetto fisico non prestante quanto Orsini padre si aspetterebbe, per una stirpe di condottieri e nobiltà papalina: Pier Francesco è gobbo e un po’ claudicante, insomma, per i suoi «cari» deforme e, perciò, disonorevole. Dalla sua parte però ha la nonna Diana, alla quale nessuno ha il coraggio e la levatura di tenere testa, e perciò è stando con lei che «il piccolo Vicino» cresce apprendendo le leggende di famiglia, la grandezza del destino che lo aspetta, la bellezza dell’arte e della poesia, la sensibilità per l’invisibile. Ed è attraverso questa specie di educazione sentimentale alla sofferenza e all’orgoglio che Vicino diventa, da adulto, un uomo politico spregiudicato e spietato, che non esita a uccidere e a replicare le violenze subite e, allo stesso tempo, un amante così appassionato dell’arte da creare un giardino speciale, un «boschetto», nella sua adorata villa di Bomarzo, dove scovare quell’immortalità incredibilmente preannunciatagli alla nascita, tanto da soprannominarlo il «Sacro Bosco»...
Ecco, fra le pagine di Bomarzo di Manuel Mujica Lainez (1910-1984), che torna in libreria dopo decenni per le edizioni Sur (pagg. 780, euro 25; la traduzione è quella della prima edizione italiana di Rizzoli del 1965, a opera di Cesco Vian, riveduta da Chiara Gualandrini) non è il caso di cercare riferimenti storici precisi e comprovati, anche perché quando lo scrittore argentino lo pubblicò, nel 1962, del duca Orsini si sapeva poco e quel boschetto, diventato il «Parco dei mostri» oggi meta di tanti turisti, era quasi abbandonato. Mujica Lainez lo aveva visitato nel 1958 e, come lui era stato trascinato nel gorgo di quel luogo esagerato, inquietante, allegorico, esoterico, sorprendente, al di là di qualsiasi canone cinquecentesco, così il lettore del romanzo è catturato in un mondo fantastico, che è la realizzazione linguistica e narrativa - in prima persona e da un punto di vista «immortale» - di ciò che il Sacro Bosco è stato per il duca: l’espressione di un’anima. Contraddittoria, straripante, ferita, desiderosa di amore, in perenne ricerca. Scandalosa e divina.
La bella prefazione di Álvaro Enrigue racconta che il manoscritto del romanzo, in tre quaderni in corsivo, era affiancato da altri sette taccuini di appunti, fra cui moltissime annotazioni sull’Orlando furioso, il cui immaginario si muove nel «boschetto» come il duca passeggiava fra le sue statue gigantesche. Quando uscì, Bomarzo si aggiudicò il Premio Kennedy a pari merito con Rayuela, e Cortázar propose a Mujica Lainez, via telegramma, di fare un libro insieme e chiamarlo Boyuela, o Ramarzo. Forse ci vorrebbe un altro duca di Bomarzo per scriverlo.
