Joseph Conrad (1857 - 1924) ha navigato molto mare prima di navigare la letteratura. E la sua letteratura è figlia del mare. Di madre lingua polacca, spinto dal padre, traduttore, ad impossessarsi pienamente del francese, avvicinò la lingua inglese, quella dei suoi moltissimi romanzi e articoli, solo attorno ai vent’anni. La imparò, esule per sfuggire al servizio militare nella Polonia occupata dagli zar, sulle navi che battevano la bandiera di sua Maestà britannica. Il suo era l’inglese della marineria e si fece lingua da romanzo molto tardi, il suo primo romanzo lo pubblicò solo nel 1895: La follia di Almayer.
A quel punto il suo scrivere si era sedimentato come i cirripedi su uno scafo che abbia solcato tutte le avversità dell’oceano della vita. Era una lingua perfetta, non per levigatezza, ma per scabra essenzialità, parole innervate nel reale. Il tutto con una poetica semplice andare dove le cose, spinte da correnti invisibili, toccano l’anima: «attraverso il potere della parola scritta, di farvi ascoltare, di farvi sentire... ma prima di tutto di farvi vedere» (così nella prefazione de Il negro del Narciso).
E quell’inglese continuava a dare il suo meglio ogni volta che Conrad, anche stanziale a terra, poteva nuovamente con la mente scivolare sulle onde.
Per questo vale la pena immergersi in una raccolta di scritti appena pubblicata dalla giovane casa editrice Cluster - A: Il naufragio del Titanic e altre storie di mare (pagg. 132, euro 16). Il piccolo ed elegante volume, se fosse una nave sarebbe una goletta, raccoglie alcuni saggi e articoli che in Italia non erano più disponibili dagli anni Ottanta quando tutti gli scritti del Nostro vennero raccolti da Mursia. In questo caso poi si tratta di una silloge ragionata che condensa il mare-pensiero di Conrad
Si parte da due scritti sul naufragio del Titanic pubblicati a caldo, nel 1912, dopo che la nave che i giornali avevano definito a tutto vapore
di rotativa come inaffondabile, era affondata.
Conrad torna ad essere a tutti gli effetti marinaio e da marinaio si pone di fronte a tutte le commissioni giudicanti col panciotto e il cilindro che prima avevano assecondato qualsiasi velleità armatoriale e poi avevano puntato il dito e il monocolo contro l’equipaggio, a partire dal gruppo di zelanti Senatori degli Stati Uniti che si precipitò sul molo a fare domande agli stremati superstiti.
Conrad mette in questi due articoli una concezione del mondo diversa, la concezione del mondo che può avere solo chi il mondo lo ha solcato. Capisce istantaneamente che quella che è stata venduta dai giornali e che ora è affondata, con la lamiera piegata per novanta metri, non è una nave ma una weltanschauung.
Lasciamo a lui la parola, se l’è meritata con anni al timone: «Voi costruite in sottili lamiere di acciaio un albergo da 45mila tonnellate per assicurarvi la clientela, diciamo di un paio di migliaia di persone ricche (perché se si fosse trattato solamente del trasporto di emigranti una simile esagerazione della pure mole non ci sarebbe stata), lo arredate nello stile dei faraoni o Luise Quinze - non so quale dei due - e per piacere alla suddetta fatua manciata d’individui, che hanno tanto denaro da non sapere cosa farsene, nonché fra gli applausi di due continenti, lanciate a 21 nodi attraverso il mare quella massa con 2mila persone a bordo - perfetta esibizione della cieca fiducia moderna nel materiale e nei congegni puri e semplici. E poi succede questo. Urlo generale. La cieca fiducia nel materiale e nei congegni ha ricevuto una terribile scossa. Non dirò niente della credulità che accetta qualsiasi dichiarazione che agli specialisti, tecnici, e impiegati piaccia fare, a scopo di guadagno e di gloria. Restate lì attoniti e feriti nella vostra più profonda sensibilità. Ma date le circostanze cos’altro potevate aspettarvi?».
In poche righe il mito della modernità demolito, sia chiaro non in odio alla tecnica e alla scienza. In odio alla vanagloria
e alle scelte fatte a miglia e miglia da dove ci si deve incontrare con la realtà. Realtà che, a volte, ha la forma di una crudele massa di ghiaccio. Una lezione che serve poco a declinare nel nostro presente sempre più sottilmente tecnocratico. Con le illusioni che ne conseguono, più subdole del mito del Titanic e quindi più pericolose, mentre andiamo verso iceberg immateriali.
Bastano queste righe per dare l’idea del Conrad pensiero, dove al centro è l’uomo, che sempre deve confrontarsi con se stesso e con quello che gli apparecchia il destino. Il tema principe di capolavori come La linea d’ombra. In questa raccolta l’eco di questo rovello conradiano echeggia come risacca anche nel più datato Il silenzio del mare, scritto nel 1909 per il Daily Mail. Si parla di navi misteriosamente perdute, del pericolo che incombe in mare, e che per Conrad è simbolo dell’incertezza della vita che non può mai essere completamente dominata ma va sempre accettata. «Perché da parte degli uomini un grave silenzio è l’unica risposta dignitosa sui crudeli misteri del mare».
Sono solo esempi del Conrad distillato in Il Naufragio del Titanic, della malinconica tenerezza caparbia con cui lo scrittore racconta un tipo umano, quello del viaggiatore e del marinaio in particolare, un archetipo umano che bordeggia gli alisei della modernità ma non vuole esserne schiantato contro gli scogli dell’omologazione. Ed in questo è davvero utile anche il breviario di termini marinareschi a fine volume. Anche quelli sono la lingua di Conrad, una lingua intrisa di una sapienza antica, di un ritmo. Un ritmo che non disdegna il rombo del motore che muove l’elica ma ne avverte il pericolo. E ne avverte il lettore. Una metafora. No un fatto perché il mare è un fatto che racconta altri fatti e Conrad lo sapeva.
