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La generazione di "cannibali" che si mangiò il passato

Nel documentario di Hilary Tiscione la nascita di un movimento che cambiò la letteratura

La generazione di "cannibali" che si mangiò il passato
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Niccolò Ammaniti, Aldo Nove, Daniele Luttazzi, Andrea G. Pinketts, Massimiliano Governi, Matteo Curtoni, Matteo Galiazzo, Luisa Brancaccio, Alda Teodorani, Stefano Massaron, Paolo Caredda: trent’anni esatti fa questi sono i nomi che comparvero nell’antologia che Einaudi pubblicò nella collana Stile Libero diretta da Paolo Repetti e Severino Cesari: Gioventù Cannibale , curata da Daniele Brolli. Undici autori, quasi tutti sconosciuti al grande pubblico per una raccolta di racconti che avrebbe finito per dare un nome a un’intera generazione di scrittori italiani, il nome che ha, nel bene e nel male, accompagnato quasi tutti loro fino ad oggi: i «cannibali».

Di quegli autori, di come nacque l’operazione «cannibali» e di come i personaggi di quei racconti incarnassero un’Italia in definitiva mutazione racconta il documentario firmato da Hilary Tiscione,

Cannibali : prodotto IULMovie LAB, presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma lo scorso autunno, arriva ora in streaming su IWONDERFULL Prime Video. Tiscione, genovese, classe 1987, conosce il mondo dell’editoria per aver collaborato con riviste letterarie e perché, oltre che coordinatrice del Master di sceneggiatura di Roma in IULM, è scrittrice. E si vede: ha puntato quelli che nel 1996 erano intellettuali junior affamati di poetica o di fama e li ha portati a svelare il percorso controverso di un successo editoriale che non ha avuto repliche nei tre decenni successivi. Se nel frattempo alcuni cannibali sono diventati Premi Strega come Ammaniti o ricevono il vitalizio Bacchelli come Nove, se sono scomparsi prematuramente come Pinketts odiventati comici battaglieri come Luttazzi poco importa: sempre come cannibali hanno fatto il botto.

Ma chi erano e di che cosa scrivevano questi giovani tra i 28 e i 30 anni, che non si erano mai conosciuti prima di ricevere la ormai mitologica telefonata dell’editor della neonata Stile Libero Paolo Repetti che li invitava a far parte di una antologia contemporanea? Èproprio Repetti - inuna delle gustose interviste attuali del documentario - a ricordare che lui e Severino Cesari, prima di creare il marchio Stile Libero che “spettinò” l’Einaudi ancora “pavesiana” degli anni Novanta, raccoglievano «le merde fumanti per strada», ovvero quegli scrittori privi di legami con ogni canone, e li facevano debuttare per la loro casa editrice Theoria. Stanchi di veder arrivare i grandi editori che glieli rubavano decisero di proporsi a Einaudi. Emisero in cottura quasi subito quella che rimane una delle più rilevanti operazioni editoriali di fine Novecento: segnare il senso di una rottura generazionale in una antologia in cui l’indice stesso desse l’idea di un nuovo sistema solare cinico e subumano, influenzato per la gran parte dalla riserva indiana del fumetto intelligente- ma estremo per temi e linguaggio - di riviste come Frigidaire o Métal Hurlant . Il fattore in comune tra gli autori selezionati? Cercare di esprimere il presente di allora che - come spiega il co-sceneggiatore del documentario Aldo Nove - «Aveva un forte elemento di decadenza o, come dicevamo allora, di rincoglionimento collettivo».

Per l’Italia era venuto il momento di dare voce al «personaggio-uomo», come spiega Emanuele Trevi nel film, che i “cannibali” coglievano, con strumenti linguistici originali, in atteggiamento regressivo rispetto all’esistenza. La psicologia viene sostituita da un insieme di pulsioni, marche, modi di dire, jingle che si sostituisconoalla mente adulta e creano «idioti allo stato puro che funzionano per accumulazione e scoppiano quando gli impulsi diventano troppi»: questi antieroi scissi tra adesione, esibizione e frustrazione sono il parto della fantasia cannibale, legata alla alienazione prodotta dalla cultura ultrapop che faceva il suo ingresso trionfale nella letteratura.

Trionfale perché l’antologia, che all’inizio doveva chiamarsi Spaghetti splatter , ebbe un successo apriori inimmaginabile. Risonanza di critica e di percezione letteraria, nonmassivo – Repetti confessa che in totale fino ad oggi quel libro ha venduto forse 50mila copie – ma successo anche e soprattutto terminologico, di costume, di appartenenza: nacquero tormentoni e personaggi. E soprattutto nacquero i malanimi: Einaudi venne accusata di aver creato a tavolino un’operazione di marketing, un contenitore di violenza e provocazione gratuite, certo non “vera” letteratura.

Di fatto quello di Einaudi fu un “contromarketing”, rivelanoEmanuele Trevi e Repetti nel documentario: «Utilizzammo le critiche più violente in modo che accanto ad esse violente nascesse una nuova generazione di critici».

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