Ci sono storie che nascono dalla fantasia e altre che affondano le radici nei ricordi di famiglia, trasformando la memoria in un romanzo capace di parlare a tutti. È quello che accade con La sorella maggiore (Piemme), l'intenso esordio di Giulia Vittoria Francomacaro, ambientato durante la Seconda guerra mondiale. Quando le bombe costringono quattro fratelli a lasciare Napoli per trovare rifugio in un piccolo paese ai piedi della Maiella, è la giovane Lidia a farsi carico dei più piccoli, diventando sorella e madre allo stesso tempo. Tra fughe nei boschi, incontri che cambiano il destino, amicizie, primi amori e il coraggio silenzioso delle donne, i ragazzi imparano a crescere mentre la guerra incombe sullo sfondo, senza mai riuscire a spegnere la loro voglia di vivere. Una storia ispirata alla vita della nonna dell'autrice, in cui la Resistenza resta la cornice di un racconto che mette al centro gli affetti, la libertà e la straordinaria capacità di trovare speranza anche nei momenti più difficili. Nella nostra intervista Giulia Vittoria Francomacaro ci ha raccontato come è nato questo romanzo, il lungo lavoro di ricerca che lo ha reso possibile e il messaggio di speranza che attraversa ogni pagina.

Ricorda il momento esatto in cui ha capito che questa storia meritava di essere raccontata?
“Ero sul divano, in pieno Covid, quando mia madre mi ha chiamata per dirmi che aveva trovato, in fondo a un armadio, un plico di lettere. Era la corrispondenza tra mia nonna e Padre Pasquino, che sarebbe poi diventato uno dei personaggi del romanzo. Ricordo di aver percorso in lungo e in largo i quindici metri quadrati del mio salotto, il telefono incollato all'orecchio. Questa volta scrivo davvero. Questa volta arrivo in fondo. Invece di mettermi subito al lavoro, poi, mi sono buttata sul letto e ho rivisto La ciociara. Nei giorni successivi ho recuperato le lettere insieme a tutta l'energia necessaria a percorrere questa storia. Ed eccoci qua”.
La sorella maggiore è il suo romanzo d'esordio. Che emozione ha provato poi nel vedere questa storia diventare finalmente un libro?
“È stato incredibile, una centrifuga. Quando ti passa per la testa la temeraria idea di voler scrivere un libro, la prima cosa con cui devi fare i conti è l'attesa. Scrivere è un esercizio quotidiano alla pazienza. Elabori, costruisci, tagli, riscrivi e, per mesi, a volte anni, sei l'unica persona che entra in contatto con quelle parole. Nei giorni migliori pensi: "Chissà se qualcuno le leggerà mai". In quelli peggiori: "Sto solo perdendo tempo. Tanto tempo". Poi, se sei fortunata, succede qualcosa. Un editor si interessa al tuo lavoro, firmi un contratto e, all'improvviso, tutto accelera. I giri di bozze, la quarta di copertina, l'"ok, si stampi". Sono giorni elettrici, in cui hai la sensazione che il libro stia prendendo vita. Infine arriva quel momento, lo vedi esposto tra le novità in libreria. È lì, un oggetto pronto per essere afferrato. E capisci che fino a quel momento il tuo mestiere è stato avere pazienza, ora è diventato imparare a convivere con la vulnerabilità. Perché quella storia non appartiene più soltanto a te”.
Come è nata l'idea di raccontare la Seconda guerra mondiale attraverso gli occhi dei bambini invece che degli adulti?
“In un primo momento i bambini c'erano, ma non erano protagonisti. Poi, a un certo punto, il fratello di mezzo, Salvo, ha deciso di rubare la Bibbia per soddisfare la sua curiosità e sfidare, nello stesso gesto, il divino e la guerra. A quel punto non ho avuto molta scelta, è stato lui a prendere in mano la storia e io ho dovuto seguirlo nella sua missione corsara. Da lì è cominciata davvero la narrazione dei tre fratelli. Sono coraggiosi come sanno esserlo solo i bambini e, in fondo, anche i pirati. Guardare attraverso i loro occhi mi ha permesso di raccontare con un po’ di leggerezza il lato più insidioso della guerra, quello in cui piano si insinua nella vita delle persone, prende spazio e diventa quotidianità”.
La protagonista Lidia è costretta a diventare grande troppo in fretta. Quanto c'è di universale e paradossalmente anche attuale nella sua storia?
“Spero di essere riuscita, attraverso il personaggio di Lidia, a restituire una ragazza ispirata alla figura di mia nonna, ma capace di parlare anche al presente. Per scrivere questo romanzo sono partita da una domanda; chi era mia nonna prima di essere mia nonna? Da lì ho ricostruito, in parte immaginandola e in parte affidandomi ai racconti di famiglia, la storia di una ragazza costretta a diventare adulta troppo in fretta. Proprio quando la guerra le consegna il peso più grande, passare da sorella maggiore a madre Lidia scopre, quasi suo malgrado, un desiderio di libertà che finisce per essere più forte di tutto il resto. Non so se sia un sentimento universale o se appartenga soltanto ad alcune vite. So però che io l'ho provato, a volte è proprio nei momenti in cui ci sentiamo più schiacciati dalle responsabilità che nasce il desiderio di sottrarsi, anche solo per un istante, al ruolo che gli altri ci hanno assegnato. Ed è questo che ho voluto raccontare”.
Lidia è una sorella, ma spesso si comporta come una madre. Cosa l'ha colpita di più di questo suo personaggio?
“Lidia, che per certi versi assomiglia a mia nonna e per altri è distante anni luce da lei, ha una caratteristica fondamentale, sa prendersi cura degli altri come una madre o come una sorella maggiore. In realtà, al tempo, le due figure erano molto più vicine di quanto oggi possiamo immaginare. Se i genitori lavoravano entrambi, come nel caso della famiglia della protagonista, spesso erano le figlie femmine a occuparsi dei bambini e della casa. Insomma, Lidia a un certo punto del romanzo ha stupito anche me, quando si rende conto che è proprio il suo corpo ad avere bisogno di essere ascoltato e curato, mette in discussione tutto e prova a mettersi al centro. Una scelta, per il tempo, rivoluzionaria”.
Da dove arriva il desiderio di raccontare figure femminili così forti e coraggiose?
“La mia famiglia di origine è un matriarcato. Sono cresciuta con mia madre e le mie nonne, ora ho una figlia femmina. Ho visto le donne della mia famiglia lottare, resistere. Se è vero che ognuno racconta ciò che conosce, io davvero non avrei potuto fare altro”.
Il rapporto tra i quattro fratelli è il cuore del romanzo. Quanto contano per lei i legami familiari?
“Ho scritto la storia di quattro fratelli, il romanzo si intitola La sorella maggiore e io sono figlia unica. Sembra un paradosso. E invece credo che i rapporti "in potenza" siano una delle questioni che più mi affascinano, anche da scrittrice. Mi interessano tanto quelli che abbiamo quanto quelli che ci mancano. Ho un legame molto forte con la mia piccola famiglia, ma ho sempre sognato di costruirne una numerosa, allegra e capace di affrontare le avventure più rocambolesche. Nell'attesa, ho iniziato a scriverne”.
Il libro racconta anche la perdita dell'infanzia. È un tema che la tocca personalmente?
“Sono stata una bambina felice e mi sono goduta quell'età senza alcuna fretta di diventare grande. Ho dormito con le Barbie fino a un'età che preferisco non dichiarare. Oggi vedo i bambini correre sempre meno nelle piazze e vivere avventure digitali, spesso in solitudine. Va bene, con quest'ultima frase possiamo sancire definitivamente il mio ingresso nell'età adulta.
Nella sua storia la guerra è presente ma non occupa mai il centro della scena. È stata una scelta precisa?
“La Seconda guerra mondiale è il periodo storico in cui mia nonna, assieme ai suoi tre fratellini più piccoli, ha lasciato davvero Napoli per rifugiarsi tra le montagne abruzzesi. Per questo ho voluto che il contesto narrativo restasse quello che lei ha vissuto. Ma il mio interesse mi ha portato a spostare la lente su un movimento preciso, quello in cui la guerra smette di essere solo un fatto esterno e, piano, inizia a spostarsi nell’interiorità dei personaggi, da fatto collettivo a esperienza profondamente individuale”.
Quanto lavoro di ricerca storica c'è stato dietro la scrittura del libro?
“Sono tornata a Napoli dopo tanti anni, ho fatto la Transiberiana d’Abruzzo per visitare quei luoghi e mi sono seduta a indagare ai tavolini dei bar. Ho ascoltato i racconti di chi c’era, ho conosciuto la storia dei partigiani attraverso uno degli ultimi testimoni, ho chiacchierato con mio zio, l’unico fratello ancora in vita di mia nonna. Ho visto film e riletto Calvino, Pavese, Morante, Ginzburg, Kristof. Insomma, non posso proprio lamentarmi del lavoro di ricerca, un lavorare che non stanca”.
C'è stato un episodio reale della Resistenza che l'ha particolarmente ispirata?
“In realtà non c’è un episodio specifico. Quello che mi ha davvero ispirata e commossa è lo slancio che muoveva le azioni partigiane. Ho immaginato gruppi di compagni che, con divise bucate e munizioni arrangiate alla meglio, difendevano i propri confini fisici prima ancora che ideali, le famiglie, le bestie, i terreni. Erano coraggiosi e ribelli, e si opponevano ai nazifascisti come potevano, con ciò che avevano. Pirati nella neve”.
Mentre scriveva, ha scoperto qualche storia poco conosciuta che l'ha emozionata o sorpresa?
“Sì, una in particolare, la leggenda di Maia e delle due montagne abruzzesi. Maia, una delle Pleiadi, raggiunge l’attuale Ortona via mare per curare con le erbe medicinali il figlio, ferito in battaglia, ma non fa in tempo e il gigante muore. Straziata dal dolore, lo seppellisce ai piedi del massiccio montuoso più alto, il Gran Sasso, che da quel momento assume il profilo del “Gigante che dorme”. Poi si lascia morire anche lei e diventa la Maiella, la “madre” appunto. Da questa storia, che nel romanzo diventa perno di una riflessione sulla maternità, nasce uno dei personaggi più importanti del libro, Iolanda, la guaritrice del paese, figura liminale e misteriosa, la “strega” della comunità”.
Pensa che oggi i giovani conoscano davvero cosa hanno vissuto i loro coetanei durante la guerra o saperlo di più li aiuterebbe?
“Non so davvero quanto i giovani conoscano ciò che i loro coetanei hanno vissuto durante la guerra, ma posso parlare della mia esperienza. Da adolescente ascoltavo i racconti di mia nonna con un orecchio diverso da quello che avrei oggi. Un orecchio più distratto. Se potessi fare una chiacchierata con lei adesso, le chiederei di ricominciare tutto da capo per dedicarle un'attenzione assoluta. Credo che, prima o poi, arrivi per tutti l'urgenza di capire da dove veniamo e che cosa la nostra famiglia abbia vissuto prima di noi. Non sempre succede da giovanissimi. Ma quando smetti di pensare alla Storia come a qualcosa di lontano e inizi a riconoscerla nelle vicende di chi ti ha preceduto, capisci che non riguarda soltanto il passato. Riguarda anche te perché è ciò che ti ha reso possibile”.
C'è un personaggio a cui si sente particolarmente legata?
“Abbiamo parlato di Lidia, dei fratelli e di Iolanda. Sono i pilastri del romanzo. Ma c'è un personaggio che è con me da molto prima che questa storia prendesse forma: un cane. I bambini, per evadere dalla guerra e aggrapparsi a un'idea di normalità, adottano il randagio del paese. Da quel momento Pucù diventa il mozzo d'eccezione nella loro ciurma pirata. Ha un ruolo fondamentale perché a lui ho affidato gran parte della sfera emotiva dei personaggi. E, a pensarci bene, anche della mia”.
Nonostante la guerra, nel romanzo trovano spazio amicizia, amore e speranza. È questo il messaggio che desiderava lasciare ai lettori?
“Sì. Per me era fondamentale essere verosimile. Quello che mi ha insegnato mia nonna è che la guerra non ferma le storie. Le persone si abituano allo stato di emergenza e continuano a innamorarsi, a litigare, a fare amicizia, perfino a ridere. Anzi, forse è proprio quando tutto intorno crolla che ci si aggrappa con più forza a ciò che ci fa sentire vivi. Si diventa più gelosi della vita, perché da un momento all’altro la si può perdere”.
Il "gioco dei senza memoria" è uno dei passaggi più suggestivi del libro. Cosa rappresenta per lei?
“‘Il gioco dei senza memoria’ era la prima idea di titolo del libro. Mi piaceva che i miei personaggi potessero mettere in pausa il conflitto, anche solo per qualche minuto: interromperlo, disarmati, con la sola forza della loro autodeterminazione. Mentre giocano, possono immaginare di vivere ciò che desiderano di più e mangiare, ballare, fare l’amore. È come se vincessero la guerra senza doverla combattere”.
Crede che l'immaginazione possa
essere una forma di resistenza?“La più grande, la più potente. Nessuno può distruggere la nostra immaginazione tranne noi stessi”.
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