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Letteratura

Stevenson, narratore di storie e scrittore per scrittori

Torna in una nuova traduzione “Il Master di Ballantrae”, il libro che contiene tutti i libri del romanziere scozzese. Perfetto per trama, stile e personaggi

"Il vero grande romanzo ha qualcosa di epico"

Il Master di Ballantrae (che ora Adelphi manda in libreria con una nuova traduzione di Masolino d’Amico e una postfazione di Jean Echenoz), è un Robert Louis Stevenson al quadrato, multiplo e insieme concentrato. In poco più di trecento pagine, c’è Lo strano caso del Dottor Jeckill e del Signor Hyde, L’isola del tesoro, echi di Le nuove Mille e una notte... Henry James definì il romanzo «un cristallo duro e puro», ma in realtà è frastagliato e pieno di cavità, come se l’autore continuasse a inciderlo per poi ripulirlo senza mai essere del tutto soddisfatto.

Da vivo Robert Louis Stevenson (1850-94) venne considerato dai suoi connazionali uno scrittore per ragazzi, il che ai miei occhi resta un complimento, ma all’epoca, L’Inghilterra di fine Ottocento, era una diminutio. Giustamente, Masolino d’Amico suggerisce che siamo invece di fronte a uno scrittore per scrittori, attento cioè a tutte le sfumature, i toni, gli stili, che una costruzione complessa qual è quella del Master, gli metteva di fronte: resoconti e lettere, prime e terze persone, manierismi da riprodurre eccetera. Se a ciò si aggiunge una certa bulimia dal sapore quasi stregonesco, il moltiplicarsi di colpi di scena come di agnizioni, di cambiamenti di clima come di scenario, che ogni volta riaprono la storia e ne moltiplicano il possibile finale, si capisce anche come l’ansia del lettore di arrivare al fondo del romanzo si confonda con la consapevolezza dell’autore che ogni scelta definitiva comporta un sacrificio, giusto o sbagliato che sia...

Alla base, Il Master di Ballantrae (1888) è di un’apparente semplicità. Ci sono due fratelli, il primogenito, James, e il cadetto, Henry, della nobile casata dei Durie di Durrisdeer, coinvolti, nella Scozia della prima metà del Settecento, nella cosiddetta insurrezione giacobita, ovvero il tentativo di riportare uno Stuart, Charles Edward, detto Bonnie Prince Charlie, per il suo fascino, sul trono del Regno Unito su cui ora siede un Hannover, Giorgio II. In linea con le scelte di molte altre famiglie nobiliari, il capostipite, Lord Durrisdeer, decide di tenere il piede in due staffe: un figlio con gli insorti, l’altro fedele alla dinastia regnante. Teoricamente, e anche praticamente, toccherebbe al più giovane cadetto tentare la sorte: se perde, a rimetterci è soltanto lui; se vince, casato e titolo non saranno comunque messi in discussione. Ma il primogenito, il Master, appunto, «tutto irrequietezza e vanità» non ci sta e per risolvere l’impasse propone di affidarsi «al giudizio del fato», ovvero a una moneta. Croce, parte lui, testa, parte l’altro. «La moneta prillò, e cadendo mostrò la croce»... Così è James ad andare con gli insorti e la loro sconfitta, nonché la notizia della sua morte in battaglia, fa del cadetto il nuovo e legittimo Master. Solo che James non è morto, si è dato prima alla macchia e poi si è ritrovato in esilio, ma a ogni costo vuole riprendersi quel titolo che con disprezzo aveva affidato al caso: «Sarai Lord Durrisdeer. Metto sul tavolo tutto quello che ho» aveva detto al fratello, prima di lasciare in aria una ghinea...

Da questo momento in poi, Il Master di Ballantrae vede la storia infittirsi, via via che da presenza assente, lontana, minacciosa e inquietante nei racconti che raggiungono la magione dei Durrisdeer, il Master spodestato riappare finalmente sulla scena scozzese, sino a un duello, in una gelida sera d’inverno, che lo vede cadere a terra trafitto dalla spada del fratello minore che, disperato, rientra poi in casa per raccontare alla padre quanto è successo. Quando però padre e figlio tornano sul luogo dello scontro, il corpo di James non è più lì...

Non staremo a raccontare cosa succede dopo, e in fondo siamo appena a metà del romanzo, ma ciò che vale la pena osservare è che se Stevenson fa del Master un personaggio per molti versi diabolico - «Io dico che tu sei un diavolo di figlio», gli ha detto il padre il giorno della scommessa, «tu che sei sempre stato il favorito, sia detto a mia vergogna. Mai un’ora di pace ho avuto da te da quando sei nato» - non per questo fa del suo contraltare il suo rovescio. A un angelo nero, come osserva Jean Echenoz nella sua postfazione, «caduto ma scintillante, luciferino e dunque portatore di luce, sembra opporsi un angelo grigio, scialbo e purgatoriale. Greve, più che lastricato di buone intenzioni». Più che un conflitto fra valori opposti, per Echenoz siamo alla «combinazione di due forme di stile: spento o brillante». Per certi versi sono il recto e il verso di quella moneta a sua tempo lanciata in aria, insuperabili nell’antipatia reciproca nutrita, e insieme indivisibili.

Stando a Stevenson, Il Master di Ballantrae nacque dalla lettura di un romanzo di Frederik Marryat, La nave fantasma. A questa suggestione marina si aggiunse il ricordo di una storia da lui concepita anni prima «sotto la pioggia delle Highlands, nella mescolanza del profumo di erica e delle piante palustri», una storia di famiglia, i Durie, «e della loro tragica e vicendevole situazione». Era un racconto d’inverno, promettente nel suo mettere in scena «un luogo desolato e solitario», ma non sufficiente: «Su, dissi alla mia macchina, scriviamo una storia di molte terre e paesi, di mare e di terra, di ferocia selvaggia e di civilizzazione». E il romanzo è proprio questo, nel suo accavallarsi e sciogliersi di paesaggi e di climi, fra Vecchio e Nuovo continente, fra nobili scozzesi e francesi, pirati dei Caraibi e fachiri indiani...

Tre anni prima, Stevenson aveva scritto Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde, sei anni prima L’isola del tesoro. Il Master lo scrisse che aveva quarant’anni, gliene restavano altri quattro prima di morire. Fece ancora in tempo a pubblicare, fra gli altri, Il diavolo nella bottiglia, Il naufrago, Nei mari del Sud. Lo stroncò un’emorragia cerebrale. Sulla sua tomba sulla cima del monte Vanea, a Upolu, la maggiore delle isole Samoa, ci sono incisi i suoi versi: «Qui giace nel luogo desiderato,/ Tornato è il marinaio, tornato dal mare,/ E tornato dal colle il cacciatore». Tusitala, «narratore di storie», era il nome che gli avevano dato gli indigeni.

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