«Mio figlio si è comportato male». Oggi un genitore «M lo ammette con la prudenza di chi sta per consegnarsi alla Guardia di finanza. Prima apre il fascicolo delle attenuanti: il figlio soffre, forse si sente escluso. Forse il sistema nervoso ha proclamato lo stato d’emergenza. L’ipotesi che abbia semplicemente avuto torto arriva per ultima, senza diagnosi e dunque con scarse possibilità di essere creduta.
Osvaldo Poli, in Anche i figli hanno dei doveri (Mondadori), commette un salutare atto di lesa pedagogia, rimettendo in libertà parole sequestrate da anni, come difetto e dovere. Soprattutto restituisce ai figli il privilegio che certa petalosità del pensiero adulto ha finito per revocare loro: la libertà di scegliere male e di fare del male.
Poli chiama «disagismo» l’abitudine di cercare una sofferenza dietro ogni condotta sgradevole. Il ragazzo umilia il compagno? Sarà insicuro. Ricatta la famiglia con scenate estenuanti? Esprime un bisogno. La pedagogia terapeutica prende un torto, lo passa al setaccio e restituisce un sintomo. L’autore del danno diventa il paziente della scena; chi lo ha subito può attendere in corridoio.
Imparare ad ascoltare bambini e adolescenti è stata una conquista. Poi l’ascolto ha cambiato mestiere e, da strumento per capire, è diventato un modo elegante per assolvere.
Il paradosso appare quando entra in scena la cattiveria. Finché il prepotente è nostro figlio, la parola sembra rozza e moralistica. Si preferisce parlare di fragilità. Quando invece nostro figlio torna a casa umiliato dal compagno, il lessico si asciuga di colpo. Come osserva Poli, «i cattivi esistono. Eccome se esistono!».
Soltanto esistono nelle famiglie altrui.
La pedagogia che proibisce di giudicare il ragazzo aggressivo pretende poi giustizia quando l’aggressione cambia destinatario. La sofferenza del bullo può spiegare il gesto. Il livido, tuttavia, resta. Il dolore, infatti, può essere la causa di un comportamento, ma può esserne anche la conseguenza. Un bambino resta solo perché i compagni lo escludono, oppure perché decide ogni gioco e mortifica chi perde. Nel secondo caso soffre davvero, ma la sofferenza arriva dopo. «Il dolore non sarà la causa ma la conseguenza dei suoi comportamenti», scrive Poli.
A ben vedere, larga parte della psicologia educativa contemporanea preferisce il verbo «potere» al verbo «volere».
Pensiamo ad esempio a Ross Greene, che ha reso celebre la formula «Kids do well if they can»: i ragazzi si comportano bene quando ne sono capaci. È un principio prezioso davanti a un limite autentico. Elevato a legge universale, però, il principio compie il suo numero di prestigio migliore: trasforma ogni «non vuole» in un «non può». La volontà esce di scena, mentre una competenza mancante prende il suo posto. Mona Delahooke porta invece la spiegazione fino al sistema nervoso autonomo: molte esplosioni comportamentali nascerebbero prima ancora di una scelta cosciente. Ma quando questa chiave pretende di spiegare tutto, finisce per costruire una perfetta biologia dell’innocenza.
Poli non propone certo di sostituire lo psicologo con il maresciallo. Chiede semmai di lasciare aperte due possibilità. A volte il ragazzo non riesce. A volte riesce benissimo a ottenere ciò che vuole. Sa che la scenata logora la madre e che un compito non svolto finirà nelle mani di un adulto più ansioso di lui. In questi casi il comportamento persiste per una ragione modesta ma solidissima: funziona. Qui agisce quello che Poli definisce «trojan psicologico»: il difetto cambia nome e magicamente si nobilita. La prepotenza si spaccia per carattere, la pigrizia rivendica i propri tempi e ogni critica diventa un’offesa alla sensibilità. Poi arriva il «sono fatto così» e ogni correzione passa per un’offesa all’autenticità.La seconda contraddizione riguarda i genitori. Se il ragazzo non studia, non è stato motivato nel modo giusto.
Se tratta male gli amici, si apre un’inchiesta sull’attaccamento familiare. Poli chiama questa superstizione «determinismo educativo»: il figlio diventa cioè la pagella dei genitori. Se riesce, certifica il metodo; se deraglia, denuncia un errore di fabbricazione. È una teoria tanto lusinghiera quanto feroce: attribuisce agli adulti il potere di modellare interamente un essere umano, poi li condanna perché la creatura ha osato possedere una volontà propria. La realtà è meno grandiosa. I figli sono, d’altronde, «generati», non «creati» dai genitori. Arrivano con inclinazioni che l’educazione può orientare e qualche volta correggere.Non c’è metodo che installi automaticamente la virtù. Da qui nasce la tesi più urticante del libro: i figli hanno il dovere di «rendersi amabili». Amando il figlio anche quando è insopportabile, il genitore gli deve proprio per questo la verità, aiutandolo a smussare ciò che ferisce e a non trattare la casa come un distributore di servizi.
I nostri adolescenti eccellono spesso nell’empatia a lunga gittata. Si commuovono per i ghiacciai e passano indenni accanto alla madre che sparecchia. Difendono ogni fragilità sui social, poi rispondono con disprezzo a chi ha preparato la cena. Sanno indignarsi per un’ingiustizia lontana, ma dimenticano un accordo preso in casa; parlano di rispetto e inclusione, mentre trattano il fratello minore come un intruso. L’umanità è un oggetto d’amore comodissimo: raramente chiede di alzarsi dal divano o di svuotare la lavastoviglie. La gratitudine comincia quando il bene ricevuto ritrova un autore. Il frigorifero non si riempie per fotosintesi. I vestiti non raggiungono l’armadio dopo una fase mistica di lavaggio e stiratura. Dietro la normalità domestica c’è qualcuno che ha speso tempo e fatica. Accorgersene non trasforma il figlio in debitore. Lo trasforma in adulto.
L’educazione contemporanea ha fatto bene a spezzare la vecchia autorità fondata sulla paura. Ora rischia però di sostituirla con il ricatto emotivo dei figli. Un limite non è sempre un trauma, e una conseguenza non è una vendetta.
Dire a un figlio «Hai sbagliato, adesso tocca a te cambiare» significa condurlo dal mondo delle idee al mondo delle cose, dove i gesti appartengono a chi li compie e possono essere riparati. L’assoluzione gli nega questa forza; il disagismo, quando diventa dogma, lo inchioda invece al ruolo di vittima del proprio passato.
Per anni abbiamo passato al setaccio i doveri dei genitori. Poli rovescia il cannocchiale e chiede che cosa i figli debbano a chi li ha cresciuti. Anche i figli devono qualcosa a chi li ama e alla comunità nella quale stanno entrando.
La scuola è il primo luogo in cui questa verità smette (o dovrebbe smettere) di essere domestica. Insegna (o dovrebbe insegnare) che ogni diritto incontra il diritto altrui, che una regola non è un trauma e che un errore porta conseguenze. Trasformarla in un centro permanente di assoluzione significa preparare ragazzi incapaci di reggere il primo giudizio della realtà. Considerarli capaci di avere torto, di riconoscerlo e di cambiare serve, in fondo, per accordare loro una fiducia assai più alta della protezione a oltranza. O, per dirla con il sottotitolo di un altro libro di Poli, per non crescere piccoli tiranni e figli bamboccioni.
