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Letteratura

I giornalisti furbi popolano i romanzi dai tempi di Balzac

Idealisti in vendita, cinici carrieristi, politici immaginari. Il caso Ranucci raccontato da Maupassant, Tom Wolfe e Dickens

Giornalisti

Nella vicenda che da settimane occupa le cronache italiane, il caso Ranucci, c’è qualcosa di romanzesco. Il finto attentato, le amanti vere o presunte, l’immagine di integerrimo cronista incrinata da vistose crepe. È un meccanismo antico, e la letteratura lo ha raccontato molto prima che esistessero i talk show e i comitati etici Rai.

Il romanzo che ha inventato il tipo, più ancora di Bel Ami, è Illusioni perdute di Honoré de Balzac. Lucien de Rubempré arriva a Parigi con velleità da poeta e la perde non appena entra nella stanza dei giornalisti. Balzac la descrive come un antinferno: uomini che vendono elogi e stroncature allo stesso prezzo, che scrivono la mattina il contrario di quello che hanno scritto la sera prima, per ricattare un editore o per vendicarsi di un’amante. «Il pensiero prostituito» di Balzac è la diagnosi di un fenomeno nuovo: la nascita di un potere, quello della parola stampata, moltiplicata su scala industriale. Un potere ambiguo, ancora senza regole.

Guy de Maupassant, allievo di Gustave Flaubert, radicalizza il tipo con Georges Duroy. Il Lucien di Balzac è ancora una vittima, capace di rimpianto. Al contrario, Duroy è un cinico senza rimorsi. Il giornale è il luogo dove si mette in vendita l’anima. La carriera, però, si costruisce nei salotti e nei letti, non nelle redazioni. Il romanzo funziona perché tutti, lettori inclusi, vedono l’arrivismo di Duroy tranne Duroy stesso, accecato dal narcisismo e convinto di avere un grande talento (che non ha).

Émile Zola, nel denaro, sposta l’accento dal salotto alla Borsa: il giornalista Jantrou vende la propria firma a chi specula, e il giornale diventa lo strumento con cui si gonfia o si affossa un titolo azionario, non più solo una reputazione mondana. È forse il romanzo che più anticipa certe polemiche di oggi sull’intreccio tra informazione, finanza e interessi che restano fuori campo. Charles Dickens, dal canto suo, sceglie il registro della farsa: in Martin Chuzzlewit la stampa scandalistica americana, capace di dichiarare guerra all’Inghilterra in un trafiletto, è già la caricatura perfetta del giornalismo urlato che vive di titoli più che di fatti. Evelyn Waugh, in Scoop, ribalta ancora la prospettiva: il suo William Boot diventa inviato di guerra per un equivoco burocratico, e il romanzo ride non del cinismo del giornalista ma dell’assurdità della macchina mediatica che lo trasforma in protagonista suo malgrado, indipendentemente da ciò che sa o non sa. Graham Greene, in Un americano tranquillo, si sposta su un terreno più cupo: Fowler non è un arrivista né un incompetente, è un disincantato che si convince di restare neutrale mentre la sua stessa passività diventa complicità morale nella tragedia che racconta. E Tom Wolfe, un secolo dopo Balzac ma con la stessa spietatezza analitica, disegna, nel Falò delle vanità, il predatore puro Peter Fallow, giornalista fallito che risorge cavalcando lo scandalo altrui.

L’Italia del Novecento è piena di giornalisti, spesso nel ruolo di investigatori surrogati. Fuori dalla letteratura di genere, si segnala Sostiene Pereira di Antonio Tabucchi: il redattore delle pagine culturali di un giornale lisbonese, sotto Salazar, passa dalla neutralità professionale (tradurre racconti francesi ottocenteschi, evitare la politica) alla scelta, tardiva ma irrevocabile, di pubblicare ciò che il regime non vuole leggere. Accanto ai romanzi, però, la cultura italiana ha un capitolo che non passa per la finzione: il giornalista-scrittore che si mette in scena, ad esempio Curzio Malaparte in Kaputt e La peste. Ma è un’altra figura a portare fino in fondo la fusione tra persona e personaggio: Oriana Fallaci. Nei suoi libri il giornalista non racconta più un evento restando fuori campo: si mette dentro la storia come protagonista dichiarata, si costruisce un mito in diretta, e quel mito diventa lo strumento stesso dell’inchiesta, l’arma con cui si guadagna l’accesso agli Khomeini e ai Kissinger.

Torniamo a Ranucci. Quando il giornalista diventa personaggio, il giudizio del pubblico tralascia ciò che il giornalista ha scritto o dimostrato, e si concentra su ciò che il personaggio rappresenta. La differenza, rispetto all’Ottocento, è che oggi non c’è più bisogno di un romanziere. Alla messa in scena provvedono i social media, in tempo reale.

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