Ilaria Tuti, classe 1976, è diventata famosa presso il grande pubblico per i romanzi gialli con protagonista il commissario Teresa Battaglia. Nata e cresciuta a Gemona, in Friuli, nella sua vasta produzione ha anche cesellato una serie di romanzi storici. I primi due titoli sono: Come vento cucito alla terra, ispirato alla vera storia delle prime donne chirurgo durante la Grande guerra e Risplendo non brucio, una storia di coraggio e perdono, sospesa tra l’Italia e la Germania durante la Seconda guerra mondiale. Ora questa trilogia si è arricchita con un romanzo appena arrivato in libreria: Ed è un poco la notte e un poco l’alba (Longanesi, pagg. 318, euro 22).
In questo caso il romanzo è proprio ambientato nella zona della Carnia, la sua terra d’origine, e racconta uno degli eventi più traumatici subiti da quel territorio durante la Secondo guerra mondiale. Eppure un evento di cui nel resto d’Italia si è raccontato molto poco. Ecco la trama ridotta all’osso. Serafina è una donna molto selvatica, sua madre è morta di parto alla sua nascita, la nonna Silva che l’ha cresciuta è considerata quasi un’eretica perché conosce le erbe e anche gli antichi rituali che fanno parte delle tradizioni della Carnia. Così Serafina vive isolata all’ombra della rupe di Cesclans nel 1944, proprio al centro di quella che diventa la Repubblica partigiana della Carnia. Una situazione di guerra già abbastanza complessa. Quando all’improvviso sulla valle piombano i cavalieri cosacchi. Nomadi che i nazisti hanno reclutato come alleati in Russia e che ora la Wehrmacht cerca di far installare in Friuli in funzione antipartigiana. Ne nasce un vero e proprio scontro di civiltà: fuochi da campo accesi su pavimenti lustri, cavalli che entrano nelle case, ma non tutto è solo violenza, c’è anche l’incontro tra due popolazioni entrambe travolte dalla guerra, popolazioni che sembrano quasi venire da ere diverse. Ne abbiamo parlato con l’autrice.
Come si è avvicinata a questa vicenda dei cosacchi? In generale in Italia è poco raccontata, in Friuli ne è rimasta memoria?
«Da noi ne è rimasta una memoria molto forte. Io ho uno zio, ora molto anziano e che allora era bambino, in lui è rimasto di quella vicenda un imprinting feroce. Mi ha sempre raccontato quanto fossero violenti i cosacchi, ma anche quanto fosse affascinante ascoltarli cantare quando si riunivano, al tramonto, nelle piazze del paese per intonare i loro inni ortodossi.
Mi ha sempre detto che sembrava che nel petto avessero un organo. Ferocia alternata alla meraviglia. È stato naturale che a un certo punto volessi scriverne».
L’arrivo dei cosacchi fu un’esperienza tremenda. Ma per certi versi surreale. Come se le steppe russe fossero state trapiantate in un mondo, contadino certo, ma comunque moderno...
«È stato veramente surreale. Tanto che ancora adesso, quando lo si racconta fuori regione, le persone pensano di aver sentito male quando sentono la parola cosacchi. Anche leggendo le testimonianze dell’epoca quasi si sorride, pur nel dramma, dell’ossimoro provocato da questo incontro. C’erano questi cavalieri delle steppe estasiati dalle biciclette. Cercavano di spronarle come fossero cavalli. Non sapevano usare i pedali e allora si buttavano giù dalle colline cercando di “cavalcarle”.
La gente aveva paura ovviamente e subì violenze bruttissime, ma c’era anche curiosità verso un mondo così diverso».
Hitler spostandoli lì è riuscito a costruire una miscela tremenda, una sorta di guerra tra poveri. Gente in fuga dalla Russia con al seguito le famiglie, usata come arma contro gli italiani che si ribellavano.
«Anche molti tedeschi che non li avevano incrociati sul fronte est rimasero stupiti vedendoli. Si immaginavano dei nobili delle armate bianche, sostenitori degli zar. Invece arrivarono degli uomini a cavallo con carovane di famiglie. Erano armati e feroci ma anche gente sfiancata da mesi di viaggio e dall’esilio. E pur nel disastro dell’occupazione i friulani si accorsero di avere a che fare anche con dei “poveri cristi”».
I partigiani della Osoppo si trovarono in una situazione mai vista. Il nemico in questo caso si insediava nei villaggi prendendo in ostaggio la popolazione. Si mettevano a vivere proprio nelle case dei friulani.
«I cosacchi occupando le case e vivendo con le famiglie friulane avevano trovato il modo di proteggersi. I partigiani non avrebbero potuto sparare su di loro. In questo modo riuscirono a far breccia in un modo che mai sarebbe riuscito ai nazifascisti. Occupando i paesi e cambiando addirittura il nome delle località con nomi russi...».
Nel suo romanzo il territorio è uno dei protagonisti.
«Sono friulana, la terra per noi è fondamentale. È un pezzo del nostro essere, la sentiamo come una cosa viva, palpitante».
E infatti per i personaggi del libro l’invasione, il fatto che venga violato il «fogolar» è uno dei traumi più forti. Un trauma diverso rispetto a quelli precedenti della guerra.
«Sicuramente ma non solo per una questione di possesso. I friulani avevano un’idea di mondo... Vedere i campi rovinati, i cavalli dappertutto, la vite, un simbolo della civiltà contadina, bruciata per scaldarsi perché i cosacchi non avevano il senso dell’agricoltura. Questa parte fu un vero sfregio».
Eppure ci fu anche una forma di comprensione umana. La sua protagonista, Serafina, incarna tutto questo.
«Serafina incarna quelle donne che, anche a causa della guerra, si sono trovate ad avere nuovi spazi di emancipazione e di manovra. Mi sono immaginata una bambina che si muove tra le antiche leggende e il folklore e, crescendo, si innamora della tecnica e vuole imparare... In questo senso è anche capace e curiosa verso il mondo dei cosacchi come verso moltissime altre cose».
Ma come mai una storia così sconvolgente come quella dei cosacchi in Friuli ha fatto così poca strada fuori dalla regione? È una vicenda, come dire, da film...
«Io credo che sia stata dimenticata perché affiorata dopo cose come i lager e i campi di sterminio. Poi è stato un passaggio breve... Però i segni sono rimasti.
E anche la fine di molti di quei cosacchi è stata tragica. Alcuni friulani l’avevano capito e a guerra finita cercarono anche di proteggerli. Ma i più finirono nelle mani di Stalin, consegnati dagli alleati».