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Letteratura

Il corpo è memoria ma anche uno scienziato può dimenticarselo

In “Con affetto immutato”, Giulia Bignami racconta la storia di un neurochirurgo che manipola i ricordi. Una donna spariglia le carte

Neuroscienze

«Non l’ho mai pensata tanto quanto l’ho pensata per non pensarla». Proust ci avrebbe scritto tremila pagine, un neurochirurgo può provare con un’iniezione. Il problema è lo stesso, da sempre: i nostri ricordi. Chi vive di ricordi, chi dei ricordi, anche di quelli belli, vorrebbe sbarazzarsene, scegliere cosa dimenticare e cosa no. Idem in amore: liberarsi di qualcuno che continua a esistere nel nostro cervello, mentre lui magari vive benissimo altrove. In Un cuore di troppo Aldo Busi chiede «giustizia sui sentimenti in ballo, su tutti i sentimenti in ballo», ma a chi si presenta la domanda? Soprattutto quando l’altro ha smesso di amare e noi siamo rimasti innamorati anche per lui, con un cuore di troppo (e nessuna possibilità di trapianto).

G., neurochirurgo, protagonista e io narrante del nuovo romanzo di Giulia Bignami, Con affetto immutato (Voland, pagg. 240, euro 18), una soluzione ce l’avrebbe: intervenire sui ricordi, cercare nella materia ciò che gli innamorati e gli illusi e i religiosi e i romantici in generale continuano a chiamare anima, forse per non sentirsi dire che si sono fatti rovinare la vita da un processo biochimico. «Non mi interessavano le memorie nuove, ma le memorie attive». Quelle che richiami e nel richiamarle modifichi, conservando qualcuno che diventa sempre più una tua invenzione. L’amore finisce, il lavoro del cervello innamorato continua.

«Dimenticare quel tanto del suo fidanzato per ricordarsi come amarlo di nuovo»: è la richiesta di Emma, la paziente che mette in disordine il sistema. Vuole servirsi dell’oblio per recuperare l’amore, tornare a essere due sconosciuti che hanno ancora tutto da promettersi. Una piccola Recherche al contrario con assistenza farmacologica, solo che qui il medico incaricato di liberare lo spazio comincia a occuparlo.

La Rochefoucauld sosteneva che certe persone non si sarebbero mai innamorate se non avessero sentito parlare dell’amore. Il nostro G. dell’amore ne ha sentito parlare moltissimo e ne parla benissimo, soprattutto quando gli serve. «Sono bravo ad autosuggestionarmi, quando dico alle donne che le amo, ci credo anche io di sentire quello che dico di sentire per i quindici minuti strettamente necessari».

Ma sarebbe troppo semplice liquidarlo come un bugiardo. Bignami gli concede l’intelligenza necessaria a spiegarsi tutto senza capire quasi niente di sé. «In fin dei conti le migliori intenzioni sono delle finzioni, cambia solo la consapevolezza». Potrebbe essere un’altra massima di La Rochefoucauld, se non fosse anche l’alibi con cui quest’uomo si mette al riparo dalle conseguenze delle proprie intenzioni. D’altronde è uno scienziato: «Io ripulisco le coscienze davvero, senza l’ausilio di tribunali, preghiere, pentimenti, confessioni o penitenze». La speranza di cambiare vita è «tanto introvabile nella loro vita quanto rateizzabile nella mia clinica».

Comunque sia, andiamo al punto scientifico da cui il romanzo prende slancio, la vulnerabilità del ricordo riattivato, la possibilità di interferire con il suo riconsolidamento. Da questa premessa Bignami, che si candida a essere la Nothomb italiana in versione scientifica passando per Flaubert e Busi, sviluppa l’invenzione della clinica, dove un algoritmo dovrebbe guidare la cancellazione selettiva. Perché il ricordo non è un documento depositato in un cassetto: «Si entra in un caleidoscopio di riconnessioni sinaptiche». Perfino le api, racconta G., sono proustiane: un profumo richiama un luogo, le rimette sulla strada del cibo. La madeleine non ha letto la Recherche, non ne ha bisogno. Qui la scienza attraversa la lingua del romanzo fino a renderne fisiche le metafore: un cervello osservato durante una risonanza diventa «una tela di neuroni che si dipinge da sola». Solo che chi guarda il quadro pretende anche di correggerlo, soprattutto quando il soggetto è una donna che vuole possedere. La voce di G. occupa tutto lo spazio, come quando chi parla vorrebbe occupare tutta la vita di chi lo ascolta.

Gli passano accanto Lolita e L’animale morente, lui rifiuta il confronto: «Io sono un uomo molto meno comune dei luoghi in cui sta cercando di inquadrarmi». Anche Humbert Humbert ha un’eccellente proprietà di linguaggio: la capacità di raccontarsi è una pessima prova d’innocenza, e Bignami lavora proprio dentro questa eloquenza, dove la spiegazione del predatore diventa così minuziosa da pretendere la nostra comprensione. «Non facciamone un dramma», ripete il professore. È il dolore degli altri, può permetterselo.

Intanto il medico dei ricordi comincia a perdere i propri. Il corpo giovane di Emma diventa il suo palazzo della memoria: nell’incavo di un ginocchio, lungo le orecchie dispone le informazioni che non riesce più a trattenere, e una tecnica mnemonica prende possesso dell’erotismo, lo trasforma in una resistenza alla disgregazione. «Era il suo corpo, era la mia memoria». Il possessivo cambia nel mezzo della frase, il corpo rimane lo stesso. Solo che a lasciare Emma è stato lui, per tornare a essere libero, soprattutto di innamorarsi della prossima. Emma però commette un errore imperdonabile: gli dà retta, ricomincia a vivere senza di lui. «Non potevo lasciare che quel corpo se ne andasse, che diventasse la memoria di qualche altro uomo». Il medico dei ricordi può rinunciare a una donna, ma come può quella donna rinunciare a lui?

«Con affetto immutato», le aveva scritto per congedarla. E pretendeva che a rimanere immutato fosse soprattutto l’affetto di lei.

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