Oggi, anche in Occidente, il nome di Evin evoca il terrore: è il carcere dove finisce chiunque il regime degli Ayatollah decide che sia un nemico, da chi protesta a chi mostra una ciocca di capelli di troppo e, per questo, rischia la morte. Quando Marina Nemat è stata rinchiusa a Evin, Khomeini era al potere da poco: era il 1982 e Marina, cristiana di nascita, aveva 17 anni. A Evin è stata torturata e condannata a morte; un attimo prima dell’esecuzione è stata risparmiata e solo mesi dopo ha scoperto perché: «Uno degli uomini che mi aveva interrogata mi convocò e mi disse: o mi sposi, o i tuoi famigliari saranno arrestati. Lui poteva arrestare, torturare e uccidere chiunque: accettai. Poi disse che dovevo convertirmi all’islam, e anche in quel caso non ebbi scelta» racconta oggi Marina Nemat in una lunga chiacchierata su zoom. Il marito, Ali, è stato poi assassinato perché «moderato», ma lei è riuscita a sopravvivere a due anni a Evin e il suocero, amico di Khomeini, l’ha aiutata a uscirne. Così ha sposato l’uomo che amava davvero ed è fuggita in Canada, dove vive dal 1991. Ma solo dopo vent’anni ha trovato la forza di raccontare la propria storia, di morte e di miracolo («così è la vita - dice - morte e miracolo»), che è diventata un bestseller e dal 2007 l’ha resa una delle voci più note della diaspora iraniana:
Prigioniera di Teheran, ora riedito (tre60, pagg. 326, euro 19) con una sua nuova prefazione.
Marina Nemat, perché fu arrestata?
«Quando c’è stata la Rivoluzione in Iran io avevo 13 anni. Ero cresciuta sotto lo Scià come una ragazzina occidentale: portavo il bikini e le minigonne, ascoltavo i Bee Gees, ballavo, uscivo con amici maschi e femmine e amavo divertirmi. E poi, all’improvviso, tutto questo è diventato illegale. Frequentavo una scuola femminile, un’ottima scuola. Quando i nostri insegnanti ci hanno detto che non potevamo più fare tutto quello a cui eravamo abituate, io e le mie compagne ci siamo ribellate».
E poi?
«Nel 1980 molte persone iniziarono a protestare e io partecipai alle manifestazioni contro il governo; non per ideologia, ma perché avevano reso il divertimento illegale. Ed è così che molte e molti di noi furono arrestati».
Fu condannata a morte senza processo.
«Così era e così ancora è. Oggi fingono che ci sia un processo giusto, ma è solo uno show per la comunità internazionale; comunque, quando fui arrestata io, non c’era nemmeno la finzione. Fui interrogata e torturata, e sopravvissi a stento. Quando fui graziata e tornai in prigione, le condizioni erano terribili: non c’era cibo, l’igiene era pessima, eravamo immerse nella sofferenza e nel dolore. Sentivamo spari ogni notte e sapevamo che in qualunque momento avrebbero potuto ucciderci. Eravamo quasi tutte ragazzine...».
Che luogo è Evin?
«Il regno del male. Non si può nemmeno tentare di immaginare l’orrore che può accaderti lì dentro».
Suo marito era un torturatore e un assassino, eppure la amava; la sua famiglia l’ha salvata dalla prigionia.
«Suo padre era veramente una brava persona e mi ha aiutata a tornare a casa. Una giovane americana di religione ebraica un giorno mi ha scritto una mail, in cui mi raccontava di avere sempre considerato i palestinesi come nemici, mai come esseri umani, e che il mio libro l’aveva aiutata a cambiare prospettiva: perfino il nemico, in qualunque situazione, è umano, ed è una combinazione di bene e di male. Troppa rabbia e troppo odio ce lo fanno dimenticare, ed è quello che vedo oggi in Canada, negli Stati Uniti, in Europa, in Israele, in Iran. Le vittime di oggi diventano i torturatori di domani: è quello che accade nella storia, ed è un circolo che deve essere spezzato, trattando i nemici con giustizia e non cercando vendetta».
Lei non prova rabbia?
«Molta. Il regime iraniano è una macchina di morte e dobbiamo liberarcene. Ma come possiamo essere sicuri che il prossimo governo sarà meno brutale e violento? Nel mio nuovo libro Mistress of the Persian Boarding House racconto la storia di mia nonna, che scappò dalla Russia nel 1917 e si rifugiò in Iran: lei è sopravvissuta alla rivoluzione comunista, io a quella islamica. L’ideologia porta odio e violenza, perciò credo che l’amore e la speranza siano l’unico modo per porvi fine. L’umanità deve rivoltarsi contro l’ideologia, o il circolo dell’odio continuerà in eterno».
Perché i pasdaran sono ancora così forti?
«Hanno tante armi, prigioni molto efficienti e non temono nulla. Esattamente com’era in Unione Sovietica. Se qualcuno punta una pistola alla testa dei tuoi figli e ti dice di fare qualcosa, di solito la fai: così sopravvive il regime. Però i suoi uomini sono sempre più corrotti e, alla fine, credo che sarà proprio la corruzione a fare collassare il sistema dall’interno; ma nessuna guerra e nessun attacco esterno potrà accelerare il processo».
La sua famiglia non le ha mai chiesto nulla della prigionia. Com’è possibile?
«Anche questo è normale. In Iran le persone erano traumatizzate. I nostri genitori non erano in grado di affrontare la realtà e la verità, perché troppo dolorose. E, allo stesso tempo, li tormentava una domanda enorme: come avevano potuto vedere i loro figli arrestati, torturati e uccisi, senza fare nulla per salvarli? Io so che erano terrorizzati, e non li biasimo, ma così è successo. Nessuno ci ha fatto domande o ha riconosciuto la nostra sofferenza, né siamo riusciti a condividere le nostre storie per molti anni; il mio libro, nel 2007, è stato il primo tradotto in inglese a raccontare quello che era successo a noi giovani iraniani a Evin, negli anni ’80».
