«Mentre la vecchia signora Naranjan Singh strepita Olive oil is the best!, Bhupinder racconta di una caccia alla tigre nel 1971, uncle Zutshi, il fabbricante di tovaglie, ricorda un’indimenticabile partita di polo a Kolkata e il vecchio Singh con lo sguardo severo ammonisce All is karma!»: c’è più di una descrizione strepitosa dell’India in La tigre nel giardino di Anna Katharina Fröhlich (traduzione di Giada Cassini, Mondadori, pagg. 166, euro 19), e tutte puntute e ficcanti, tutte ottenute e rese di prima mano. La Fröhlich, nata nel 1971, cresciuta a Francoforte sul Meno e a Monaco, ha infatti non solo una fascinazione profonda per l’India, ma una connessione intima fin dall’infanzia con cultura, religione e letteratura indiane. Compagna per 25 anni di Roberto Calasso, con cui ha avuto due figli, Josephine e Tancredi, devota ai giardini e ai libri e membro del Consiglio di amministrazione della casa editrice Adelphi, vive tra Mornaga, sul lago di Garda, e Milano, ha pubblicato diversi romanzi in lingua tedesca e lo scorso anno il memoir La trama dell’invisibile (sempre Mondadori) in cui appunto narra la sua lunga storia d’amore con Calasso.
In questo romanzo mette al centro due figure femminili, zia (Lady Leslie) e nipote (che lo zio scomparso chiamava «Ninotchka, perché quando lavori nei campi sembri una comunista fanatica»), limpide e delicate come silhouette, ma forti delle proprie domande e delle proprie passioni, al principio isolate in una specie di castello del Sud della Francia - con un giardino che ricorda tanto quello di Mornaga - in compagnia di piante e letteratura, poi lanciate in un viaggio in India che sarà educazione sentimentale e trasformazione interiore, fino alla comprensione che cercare la felicità può ancora avere un senso.
L’invito risolutore arriva da un clan sikh, amici che considerano zia e nipote come «family members» e che le chiamano in India a celebrare la vera fine del lutto, non solo per la morte dello zio, ma per una vita che per la ragazza non è ancora veramente iniziata. Certo, le sue aspettative sono alte: è colta, ha la forza e lo slancio di una freccia, è nipote di una intellettuale audace e il geniale bisnonno, che per tutta la vita ha scritto di Lucrezio e si è sparato seduto su un armadio, le ha certo trasmesso il suo talento. Ma il romanzo della Fröhlich pare voler rivelare proprio questo: non importa chi siamo né che cosa cerchiamo, ma quanto siamo disposti a scavalcare le facce da trantran e che cosa siamo disposti a trovare. Magari in mezzo a un città molliccia che si scioglie per il caldo sotto al nostro sguardo, in un’ultima occasione per sostituire una banale esistenza con il profumo intenso della felicità.
