Saul Steinberg. Such a damn funny artist.
In un suo disegno c’è un uomo con una matita che traccia il suo stesso profilo, con un’unica linea. In un altro due donne in un atelier, una accanto all’altra, simmetriche, dipingono ognuna una tela in cui compaiono due donne che dipingono una tela in cui si intravedono due donne che dipingono una tela... E in un altro ancora, la mano di un disegnatore disegna un uomo che disegna un uomo che disegna un uomo che disegna un uomo, il tutto con un’unica linea, continua e costante...
La vita di Saul Steinberg (1914 - 1999), di per sé, non si può dire che sia stata lineare. Nasce in Romania negli anni Dieci da una famiglia di origini ebraico-russe; ventenne si trasferisce a Milano dove studia Architettura al Politecnico (lì conosce fra gli altri Aldo Buzzi; e saranno amici per sempre) e propone i suoi primi disegni satirici al settimanale Bertoldo: lì il caporedattore è Giovannino Guareschi, il quale capisce il suo talento e nel 1936 lo accoglie in redazione, assieme a Cesare Zavattini; poi passa a Settebello, rivista satirica diretta appunto da Zavattini e Achille Campanile. Quando scoppia la guerra, nel ’40, prova scappare dall’Italia, ma a causa delle leggi razziali viene arrestato e tenuto a San Vittore alcuni giorni. Riesce ad andarsene dal Paese solo l’anno dopo, sbarcando negli Stati Uniti. E qui trova il successo: entra nel prestigioso magazine The New Yorker, iniziando un sodalizio proficuo che durerà 60 anni, durante i quali realizzerà 642 illustrazioni e ben 85 copertine. Di cui alcune memorabili (vi ricordate quella in cui lo sguardo, nello spazio di un foglio, parte dalla 9th Avenue arriva al Pacifico?).
Intanto, durante la Seconda guerra mondiale, arruolatosi nella marina militare, presta servizio nell’ufficio della Sezione operazioni psicologiche dell’Oss, il servizio segreto americano: è di stanza in Cina, India, Africa e Italia, dove realizza opuscoli per l’esercito e vignette di propaganda. Tutto materiale che gli serve per mettere insieme, nel 1945, il suo primo libro di disegni, che s’intitola All in line e che ora esce in Italia Paese in cui Steinberg tornò spesso, fino ancora a pochi anni prima della morte, nel 1999 pubblicato in un volume sontuoso dal formato speciale: Saul Steinberg, Tutto in linea (Adelphi, pagg. 165, 130 ill., euro 38; introduzione di Liana Finck, postfazione di Iain Topliss e una «Nota» di Tullio Pericoli).
Influenzato da Dada, Surrealismo, Cubismo e Pop Art ma soprattutto da se stesso - Steinberg è stato uno dei più grandi interpreti novecenteschi del disegno, tecnica che ha trasformato in uno strumento di riflessione ironica, spietata, intelligente, surreale - sulla società, la politica, il linguaggi, l’arte, l’Uomo.... E sempre in linea, spesso con una linea sola.
Di Saul Steinberg non abbiamo mai capito se sia più sottile la sua ironia o il suo tratto.
In bilico come tanti suoi personaggi che camminano sulle linee che lui tende da una parte all’altra del foglio - tra rappresentazione e astrazione, tra essenzialità e chiarezza, tra disegno e linguaggio, tra immagini e parole, tra stile e messaggio, il vecchio Saul ha dato vita a una meravigliosa raccolta di raffigurazioni del pensiero in forma di disegno. Di cui Tutto in linea è la testimonianza forse migliore. Ci sono dentro architettura, design, grafica, illustrazione... E poi ci sono dentro umorismo, sur-realtà, prospettive rovesciate, paradossi, citazioni, omaggi alla storia dell’arte, costume, antropologia, e tutte le cose che Steinberg amava.
Cose che Steinberg amava: le buste della posta aerea, le maschere soprattutto le maschere... - i gatti, New York, le sperimentazioni, i «quadri d’ambiente», gli arredi delle case, gli strumenti musicali, le simmetrie, la linea continua che segue l’idea nella sua mente e i pensieri della mente che seguono una certa linea; e i rapporti di amicizia...
Amici e estimatori di Saul Steinberg: Alexander Calder, Le Corbusier, Italo Calvino, che lo aveva conosciuto nel periodo milanese, Roland Barthes, che faceva esegesi sui suoi disegni, Eugène Ionesco, anche lui rumeno, Rainer Maria Rilke, Vladimir Nabokov, Federico Fellini, Gio Ponti, il cartoonist argentino Quino, e poi Guido Scarabottolo, Alessandro Mendini e persino David Byrne (a New York, nel quartiere di Tribeca, alla galleria 125 Newbury fino all’1 agosto è aperta la mostra David Byrne/Saul Steinberg: Influence and Affinity).
Di lui è stato detto che era un «creatore di aforismi visivi» (Art Spiegelman) o «un pittore che si fa leggere» (Ennio Flaiano). Mentre Tullio Pericoli scrive che «nei suoi disegni gli edifici ci parlano di architettura, i quadri di chi li sta guardando, le sedie della solitudine, i monumenti dell’oblio, gli abiti del desiderio, i gatti di filosofia, gli artisti dell’eternità».
E proposito di eternità. In Tutto in linea a un certo punto c’è una sequenza di quattro piccoli disegni in cui un orologio «divora» progressivamente se stesso mentre il tempo passa, fino a sparire. A noi però resta, per sempre, il disegno. E resta, soprattutto, la linea inconfondibile e irresistibile di Saul Steinberg.
