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Letteratura

Leonard a muso duro contro i “caporali”

In “Mr. Majestyk” la lotta spietata tra criminali e sfruttatori di braccianti

Addio a Leonard il re del thriller che freddò la noia

È strano che questo romanzo di Elmore Leonard sia arrivato in Italia con più di mezzo secolo di ritardo. Negli Stati Uniti Mr. Majestyk, da pochi giorni in libreria grazie a 66thand2nd nella traduzione di Luciano Funetta, uscì infatti nel 1974 e nello stesso anno approdò al grande schermo con la regia di Richard Fleischer e il volto di pietra di Charles Bronson. Il titolo italiano, A muso duro rende meglio l’idea del personaggio interpretato dall’attore di origine lituana, che di lì a pochi mesi sarebbe diventato l’icona mondiale dell’eroe virile e solitario grazie a Il giustiziere della notte.

Un ritardo insolito perché l’editoria italiana si era infatuata fin da subito di questo prolifico e straordinario narratore popolare, dapprima autore di celebri romanzi e sceneggiature western e poi di noir potenti e corrosivi che hanno saputo rappresentare al meglio l’altra faccia degli Usa: i grandi territori del Midwest, le cittadine alla frontiera con Canada e Messico, i bassifondi della ricca California, la sua Detroit scossa dalla crisi industriale. Il suo primo romanzo tradotto nella nostra lingua risale al 1953 ed era Il cacciatore di scalpi, pubblicato nella collana I grandi western dell’editore La Frontiera.

Seguirono altri titoli dello stesso genere, pubblicati da editori importanti come Mondadori, Einaudi e Longanesi, fino alla svolta crime dell’inizio degli anni Settanta, di cui Mr. Majestyk è appunto uno dei primi esempi. Una svolta che da noi è stata recepita tardi, solo alla fine degli anni Ottanta, ma da lì in poi Leonard è diventato ospite fisso (e di successo) delle librerie italiane, anche grazie allo strepitoso boom delle sue sceneggiature per Hollywood. Tra gli oltre venti film noir e thriller tratti dai suoi libri basti citare Get Shorty (1995, con John Travolta e Danny De Vito), Jackie Brown di Quentin Tarantino (1997, con Robert De Niro e Samuel L. Jackson) e Out of Sight di Soderbergh (1998, con George Clooney e Jennifer Lopez). Senza contare le sceneggiature giovanili per due dei più famosi film western della storia del cinema: Quel treno per Yuma (1957, con Glenn Ford) e Hombre (1967, con Paul Newman).

Eppure malgrado un simile quadro di trionfi editoriali, nessuno aveva mai pensato di tradurre e proporre ai lettori italiani una delle prime opere crime di Leonard, Mr. Majestyk, appunto. Perciò bene ha fatto 66thand2nd a ripescare dall’oblio questo thriller teso e asciutto ambientato nei primi anni Settanta in una Arizona rurale, una vicenda che si sviluppa tra piccoli imprenditori agricoli, braccianti chicanos, timidi tentativi di tutela sindacale e il pugno di ferro di un’organizzazione criminale che gestisce il racket dei lavoratori stagionali.

Vincent Majestyk è un veterano della guerra del Vietnam, è tornato dal Sud-est asiatico con le invisibili ferite dell’anima comuni a molti reduci e vorrebbe soltanto dimenticare gli orrori bellici per dedicarsi a coltivare meloni nella sua proprietà. Speranza vana, persino nella desertica e spopolata Arizona è arrivata la delinquenza e quando per la raccolta della frutta Majestyk ingaggia una squadra di peones messicani guidati dalla coraggiosa organizzatrice sindacale Nancy Chavez, ecco arrivare il balordo di mezza tacca che vuole imporre i propri uomini a suon di minacce.

Per il farabutto finisce male, ma l’ex militare viene arrestato dal solito sceriffo ottuso e qui comincia l’odissea del nostro eroe: durante il trasferimento nel penitenziario viene coinvolto nella fuga di un killer della mafia. In breve Majestyk si trova inseguito dagliagenti dello sceriffo, dai mafiosi e dal balordo che gestisce il racket dei braccianti, desideroso di vendetta. E in tutto questo deve anche fare in fretta a scagionarsi, perché se i meloni non verranno raccolti in tempo e marciranno nei campi lui sarà rovinato.

Il romanzo di mezzo secolo fa conferma le grandi qualità narrative di Leonard, in grado di raccontare le sue storie con uno stile molto americano: secco, nervoso, essenziale. Una prosa fedele a uno dei suoi aforismi sulla scrittura: «Il mio consiglio principale a tutti gli scrittori in erba», disse una volta, «è di tralasciare quelle parti che un lettore evita di leggere». E inoltre con quell’incomparabile bravura nel creare scambi colloquiali rapidi, realistici e credibili, tanto da far dire a Stephen King: «Elmore Leonard è il miglior scrittore di dialoghi che ci sia in America». Il suo mondo è popolato da una vivace fauna di piccoli criminali, rapinatori dilettanti, poliziotti corrotti, uomini e donne che tentano il colpo della vita e quasi sempre finiscono per schiantarsi contro la realtà.

Grazie alla totale asciuttezza della sua scrittura, priva di fronzoli ma ricca di slang e linguaggio della strada, lo stile di Leonard ha incantato molti dei suoi colleghi più illustri. Alla sua morte, nel 2013, il New York Times lo salutò con questo epitaffio: «Ha reinventato il poliziesco, gli ha tolto un velo di polvere e lo ha regalato alle generazioni future».

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