Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo qui uno stralcio dal libro di Luigi Giussani, Il centro della vita. Il fatto di Cristo e della sua permanenza (1971-1972), in uscita oggi (Rizzoli, pagg. 336, euro 17; a cura di Davide Prosperi). Il testo è tratto da una delle dieci lezioni contenute nel volume e in esso raccolte per la prima volta.
La preoccupazione più acuta alle origini del movimento era stata allora, come continua a essere oggi, quella che il richiamo cristiano arrivasse a tutti, perciò una preoccupazione evidentemente e intensamente missionaria. Non si può percepire il valore di Cristo, centro della realtà, senza che immediatamente lo stimolo missionario, il desiderio che questo sia comunicato a tutti, venga a galla. È impossibile. Per questo, ragazzi, è un sintomo estremamente forte di una qualche morbosità, di una qualche carenza nel nostro modo di concepire il rapporto con Cristo, il rapporto personale con Cristo, se, automaticamente, proprio per corollario immediato, non viene in noi la passione missionaria. Pensate a come si possono costituire gruppi rotanti su loro stessi! Il Signore ci ha chiamati a conoscerlo per che cosa? Per la nostra bella faccia? Per il disegno del Padre! Ci ha chiamati a conoscerlo come funzioni di quel disegno, come partecipi della sua missione.
Allora occorreva, e occorre, rispondere alla necessità che il mondo conosca quello che abbiamo conosciuto, rispondere a questo impeto missionario (in modo organico e senza riduzioni); bisogna che la comunicazione dell’annuncio cristiano sia fatta in modo organico e non ridotto, in modo sistematico e non privato di qualche suo aspetto essenziale. Questa fu la preoccupazione che dominò immediatamente il secondo periodo del nostro movimento, per cui la Scuola di GS rifletteva il tentativo di chiarire che cosa significassero questa organicità e questa non riduttività del messaggio cristiano e perciò della presenza cristiana. La ricerca, quindi, fu di un metodo, del metodo da usare.
Si stabilì così subito una rottura con un richiamo al fatto cristiano che fosse tecnica propagandistica o comunicazione di contenuti ideologici. Questa rottura con tutto il sistema da cui si usciva, da cui si era pur nati, si è resa palese dopo i primi anni. Agli inizi la rottura fu nella percezione della centralità del valore di Cristo e prima, come contesto, del disagio per l’inefficienza di una presenza e per l’inefficacia di un porsi cristiano nell’ambiente; ma la rottura proprio di metodo incominciò alcuni anni dopo, esattamente nel tempo in cui questo ordine di percezioni e di sforzo, un tentativo di lavoro, incominciò a prender corpo. Poi è stato chiaro, si è reso chiaro che l’annuncio cristiano doveva essere un «avvenimento di vita».
Questa è forse una formula, se volete, generica, ma giusta, chiara. L’annuncio cristiano e la presenza cristiana, l’annuncio, l’offerta, il richiamo cristiano doveva essere, costituire, un avvenimento di vita, un avvenimento di vita fondamentalmente personale, un avvenimento di vita personale in cui uno si immedesimasse sempre di più, da approfondire sempre di più: una strada personale, un approfondimento di coscienza personale, di decisioni personali, un avvenimento di vita personale, ma da dilatare nell’ambiente. Facevamo sempre il paragone che una personalità è come la luce: non può non fare un alone attorno. La diffusione nell’ambiente è esattamente come un ricupero di detto ambiente dentro un alone di luce il cui raggio è proporzionato all’intensità della sorgente luminosa, cioè della personalità. Pensate a tutte le accuse che la nostra impostazione eliminava la personalità, cancellava il volto personale, non sviluppava l’individuo in nome della comunità! Queste idee che vi sto ripetendo furono chiarissime allora.
Dunque, un avvenimento di vita. Questa osservazione è già un’osservazione fondamentale da ricuperare, da riprendere. L’annuncio cristiano, il richiamo cristiano, la presenza cristiana non può essere che un avvenimento di vita, di vita personale da approfondire, perciò lavoro e storia, e da dilatare nell’ambiente secondo due condizioni o caratteristiche, secondo due connotazioni fondamentali. Il gesto cristiano, la presenza cristiana si può porre come tale nella speranza di realizzare annuncio, di costituire richiamo, di attuare missione. Le due connotazioni fondamentali, in cui questa percezione si qualificò e si chiarì allora, sono esprimibili secondo queste due parole: esperienza «vitale», il fatto cristiano è un’esperienza vitale, un fenomeno vitale e, seconda, «integrale» o «globale». «Vitalità» e «globalità» del fenomeno cristiano, del fatto cristiano. Se una posizione cristiana non si palesa viva, piena di vitalità, intensa, e ricca di interezza, di globalità, di integralità rispetto all’umano, allora non è giusta come impostazione e non può costituire missione.
