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Letteratura

Mare, miti, indolenza. Il profondo sud raccontato da un uomo del nord

Tornano in una nova edizione ampliata i reportage che lo scrittore veneto dedicò, senza sentimentalismi, al Meridione. A partire dalla “sua” Calabria

Nella guerra di Berto "Il cielo è rosso" (ma non neorealista)

C’è un treno -fuori dalla carrozza scorre la macchia mediterranea, i fichi d’InC’dia, le cicale; dentro sono sparse qua e là le bucce della frutta, le croste di for. maggio e l’indolenza...che scende scende scende, ciuff ciuff, lentamente inghiottito dal Sud. C’è un pezzo d’Italia – la Puglia, la Lucania, la Calabria – raccontato proprio mentre cambia volto, dal Dopoguerra agli anni Settanta, con le sue persone, i paesi, la diffidenza, la civiltà contadina, la povertà, le contraddizioni e un turismo insieme voluto e respinto. C’è il mare, soprattutto: il mare da dove nascono i miti. E c’è uno scrittore, nato nella pianura veneta e oggi sepolto a Ricadi, sul promontorio di Capo Vaticano, tra il golfo di Sant’Eufemia e quello di Gioia Tauro.C’è tutto il Giuseppe Berto migliore – che non smette mai di essere uno scrittore anche quando fa il giornalista- dentro le inchieste, i reportage, le polemiche e gli articoli che nel corso di oltre trent’anni dedicò alla vita, i vizi, le bellezze, il paesaggio e la trasformazione del Meridione, senza però il meridionalismo sentimentale, raccolti nel volume Il mare da dove nascono i miti uscito nel 2003 da una piccola casa di Vibo Valentia, in poche copie senza una vera distribuzione nazionale, e che ora torna in una nuova edizione ampliata, che recupera molti testi dispersi e difficilmente reperibili, per le edizioni Settecolori a cura di Saverio Vita. Il risultato non è soltanto un libro sul Sud – dai reportage del 1948 per Il Tempo alla grande inchiesta sul turismo nel Meridione del 1956 per Il Giornale d’Italia, fino alla lunga collaborazione con Il Resto del Carlino, iniziata nel 1962 con la rubrica «Soprappensieri» e proseguita per un decennio, più altri pezzi sparsi della sua produzione giornalistica – ma una testimonianza di come Berto, nel corso dei decenni, finisca per fare di questa terra una parte della propria vita.Cambia il Sud e cambia Berto insieme al Sud. Nel 1948, a 35 anni, inviato del quotidiano Il Tempo, lo attraversa in treno, e il suo è ancora uno sguardo esterno, quello del reporter che arriva in un mondo poverissimo e incontra una realtà completamente diversa dalla sua. Nel 1956 torna con un’altra consapevolezza: percorre in macchina quasi quattromila chilometri per un’inchiesta sul turismo nel Meridione commissionatagli dal Giornale d’Italia, e comincia a interrogarsi sul futuro del Sud: le infrastrutture, le possibilità e i rischi della modernizzazione, chiedendosi: «Quale sviluppo è possibile per il Sud senza distruggere proprio ciò che ne costituisce la ricchezza?».Poi, negli anni Sessanta, per Il Resto del Carlino nasce «Il profondo Sud», un piccolo reportage che segna bene il cambiamento del suo sguardo: Berto non è più semplicemente qualcuno che viene dal Nord a raccontare il Mezzogiorno; ha scelto Capo Vaticano per vivere, vi ha costruito una casa, conosce quella realtà e può permettersi di criticarlo duramente.Come ha detto Manuel Grillo, editore di Settecolori presentando il libro pochi giorni fa proprio a Casa Berto, in Calabria: «Nel 1948 Berto attraversa il Sud, nel 1956 lo scopre e lo interroga, negli anni successivi comincia ad abitarlo e a giudicarlo, fino a comprenderlo dall’interno».Scrittore di razza purissima, tra i migliori del nostro ’900, anche se ancora oggi non del tutto riconosciuto (il passato fascista appartiene alla sua biografia e lui per primo non cercò di cancellarlo, ma è ancora in credito con una critica che non è mai davvero riuscita a inquadrare la sua opera e il suo carattere indipendente e che rifiutava ogni appartenenza culturale), qui Berto svela un incredibile occhio da cronista, una curiosità innata e una capacità unica di passare continuamente dalla grande questione al piccolo particolare: una conversazione, un luogo, un incontro casuale, grazie alla sua scrittura, possono raccontare una realtà meglio di molte analisi astratte. Scrive un articolo, ma gli esce un racconto.Tra i pezzi più belli: quelli sull’altopiano dell’Appennino calabro, La Sila e Gente della Sila, in cui Berto incontra le persone, entra nelle loro case, le conosce: sono le pagine in cui trovi più letteratura che giornalismo. Poi l’articolo che scrisse per Vogue nel 1970, Una casa chiamata pinnata, siamo negli anni Sessanta, in cui racconta la costruzione della propria casa (quella che ancora oggi è Casa Berto) su un appezzamento di terreno acquistato da un contadino a Capo Vaticano, sul promontorio noto come luogo della predizione, dal latino vaticinium, scelto per la bellezza e il silenzio necessario alla scrittura (qui scriverà Il male oscuro, uscito nel 1964): parla dei muratori, i geometri, gli errori, il Manuale del Capomastro che si mette a leggere per fare le cose da solo, e della volontà di costruirsi un rifugio, un po’ buen retiro un po’ posto sacro, che non violenti il paesaggio, prendendo a modello l’architettura del luogo. E poi tutti quegli articoli in cui – con uno sguardo netto e anti-retorico, come la migliore scrittura d’inchiesta del Novecento: quella di Carlo Levi, dello Sciascia «civile», del Piovene viaggiatore e del Pasolini «sociale» – affronta i problemi del Sud: la troppo miseria e poca speranza, la mancanza di una vera borghesia modernizzatrice, le città stanche e immobili, il lento sviluppo dell’industria, cercando continuamente di capire che cosa si guadagni e che cosa si perda quando un territorio cambia. Perché amare un paesaggio in fondo è facile. Capire una terra molto più difficile.


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